Recensione Die Hard - Un buon giorno per morire

John McClane distrugge Mosca... insieme al figlio!

recensione Die Hard - Un buon giorno per morire
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In vena di inarrestabile senso di giustizia post-11 Settembre, nel terzo millennio abbiamo avuto modo di vedere in azione l'agile poliziotto John McClane in Die hard - Vivere o morire, diretto nel 2007 da Len "Underworld" Wiseman e che lo vide impegnato a sventare un attacco alla vulnerabile infrastruttura informatica degli Stati Uniti.
Un godibilissimo quarto capitolo che, in pura aria di restyling e caratterizzato da un interessante (sotto)testo relativo all'intelligenza e alla forza di volontà dell'essere umano, in grado di sconfiggere qualsiasi innovativa macchina, provvide a mostrare l'action man incarnato da Bruce Willis come una sveglia analogica nell'era digitale.
Quando e perché, però, è nato questo uomo sbagliato capace di trovarsi sempre nel posto sbagliato, tanto da lasciare intendere che non sia lui a cercare i guai, ma che siano con ogni probabilità loro a cercare lui?
Bisogna obbligatoriamente ripartire dalla seconda metà degli anni Ottanta, quando l'America, dopo il termine della Guerra fredda, cominciò a concentrarsi maggiormente sulle persone normali; con la conseguenza che, anche in ambito cinematografico, ci si staccò in maniera progressiva da quello che venne definito, a partire dall'inizio del decennio, machismo reaganiano, tempestato di individui dalla presenza esagerata quali Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, spesso propensi a maneggiare armi altrettanto esagerate quali bazooka e mitra, non più le classiche carabine impugnate da chi, prima di loro, sparava all'interno dello schermo.

John McClane: L’eroe umano...

Quindi, c'era bisogno di un eroe che sanguinasse, che potesse essere ferito, non più imponente ed invulnerabile come i suoi citati predecessori, ma che non sapevi se, effettivamente, sarebbe uscito vivo dalle pericolose situazioni in cui si trovava coinvolto.
Un eroe umano, in sostanza, che, appunto, finì per essere rappresentato da John McClane, visto per la prima volta in Die hard - Trappola di cristallo, diretto nel 1988 da John McTiernan e nel quale, incastrato in un grattacielo, affrontava una spietata banda di terroristi internazionali.
Un vero e proprio capolavoro della celluloide d'azione cui fece seguito, due anni dopo, l'altrettanto riuscito Die hard 2 - 58 minuti per morire di Renny Harlin, con abbondante strage di cattivi impossessatisi di un aeroporto e destinati a generare non poche vittime.
Mentre il 1995 segnò il ritorno di McTiernan alla regia con Die hard - Duri a morire, comprendente nel cast Samuel L. Jackson e in cui l'elemento di pericolo era rappresentato dal piazza-bombe Jeremy Irons.
Un tassello diverso dai precedenti, in quanto interessato non più a sfruttare ristretti campi d'azione (il grattacielo e l'aeroporto, appunto), ma le strade di New York; anticipando anche il modo di fare del già menzionato, successivo capitolo, che ci ha portati a conoscenza anche della figlia adolescente del protagonista, Lucy, con le fattezze della Mary Elizabeth Winstead di Grindhouse-A prova di morte (2007).

... ma duro a morire!

La stessa Lucy che, soltanto in brevi apparizioni, troviamo anche in questa quinta avventura, realizzata dal John Moore responsabile, tra l'altro, dell'horror remake Omen-Il presagio e del cineVgame Max Payne.
Una quinta avventura volta a spostare l'ambientazione, addirittura, a Mosca, dove McClane approda per rintracciare il figlio Jack alias Jai"Jack Reacher-La prova decisiva"Courtney, che non vede da tempo, ma che, con gran sorpresa, scopre lavorare sotto copertura per proteggere Komarov, informatore del governo con il volto del Sebastian Koch de Le vite degli altri.
Ritrovandosi, di conseguenza, a combattere al suo fianco e a mettere a rischio, come sempre, la propria vita, al fine di portare al sicuro l'uomo e, allo stesso tempo, impedire un crimine disastroso riguardante, addirittura, la desolatissima Chernobyl.

Genitori e figli: Distruzioni per l’uso

Una celebrazione del venticinquennale della serie che, una volta superati i titoli di testa e accennata la situazione con cui il calvissimo protagonista si troverà ad avere a che fare, offre immediatamente un serrato inseguimento sulle strade della metropoli russa, tra abbondanza di automezzi distrutti e coinvolgenti imprese ai limiti dell'assurdo.
Una sequenza che testimonia la capacità del regista di non trovarsi affatto male nell'inscenare l'azione da grande schermo hollywoodiano, ma che, allo stesso tempo, si rivela anche uno dei pochissimi, validi motivi che valgono la visione della pellicola.
Perché, tra immancabile (e indispensabile) ironia e pallottole volanti, il tutto non sembra ridursi altro che a un'allegoria in salsa poliziesca relativa al rapporto tra genitori e figli e, soprattutto, al modo di agire dei primi nei confronti degli errori dei secondi, caratterizzata da una evidente mancanza di idee.
Quelle idee che, in grado di sorprendere attraverso particolari trovate, hanno sempre finito per rendere prezioso all'interno del genere ogni singolo appuntamento del franchise; ma che qui, appunto, sembrano latitare, probabilmente perché ci troviamo dinanzi a un episodio spinto più da esigenze di operazione commerciale che da un vero desiderio di riportare McClane al servizio del pubblico e dei fan.
Un episodio che, inteso semplicemente come un action movie qualsiasi, risulta di sicuro ben confezionato ed emozionante, complici anche momenti come quello finale che coinvolge l'elicottero; ma che, considerato come quinto Die hard, non aggiunge assolutamente nulla di nuovo, né alle avventure del simpatico John, né al suo personaggio.

Die Hard - Un buon giorno per morire A venticinque anni dal mitico Die hard-Trappola di cristallo (1988) di John McTiernan, Bruce Willis torna a vestire i panni del poliziotto tutto azione John McClane in un quarto sequel che porta la firma del John Moore responsabile di Behind enemy lines-Dietro le linee nemiche (2001) e Max Payne (2008). Purtroppo, però, ci troviamo dinanzi all’appuntamento più inutile della serie, in quanto, al di là delle sequenze d’azione ben costruite, manca del tutto di quelle trovate originali che hanno scolpito nella memoria dello spettatore i quattro episodi precedenti. Del resto, anche il fatto che ci troviamo dinanzi al tassello più breve della serie (circa novantasette minuti, mentre gli altri si aggiravano tutti sulle due ore), lascia intuire che le idee a disposizione erano veramente poche.

6

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