Recensione Diaz

Daniele Vicari aggiunge con Diaz un altro capitolo della scia di sangue della democrazia italiana

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Per il cinema italiano è tempo di prendere atto e fare i conti con le impronte delle ingiustizie che hanno segnato (surretiziamente) il cammino della nostra storia recente. E se Giordana indaga con Romanzo di una strage le macchinazioni alte di una deflagrazione (quella di piazza fontana) il cui boato ha fin troppo a lungo coperto i campanelli di una strisciante verità, Daniele Vicari (Velocità massima, Il passato è una terra straniera) affronta invece l'orrore ancora più diretto di quella che è stata (giustamente) definita da Amnesty International come "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale". Perché in Diaz - Non pulire questo sangue, l'orrore e la brutalità non si nascondono dietro al profilo del terrorismo o sotto le macerie di una bomba, ma assumono il volto concreto di uomini comuni, poliziotti il cui fine ultimo dovrebbe essere quello di ‘tutelare' la comunità. Un film difficile, scomodo, duro, in cui si fanno i conti non solo con le volubilità del nostro stato democratico ma anche con quella banalità del male che può prender vita in maniera del tutto improvvisa, ingiustificata, credendo di metter ordine là dove vige un fantomatico caos. Nel riprendere la spontaneità con cui il male si rigenera e si propaga, il film di Vicari ripercorre i fatti del G8 di Genova del 2001 seguendo storie personali (ispirate al vero ma di finzione), tracciando la (molto) probabile odissea di quanti (inopinatamente) finirono preda della furia dei 300 e passa poliziotti che la notte del 21 luglio irruppero nel complesso scolastico Diaz-Pascoli al fine di fare (in)giustizia.

Un G8 da non scordare

Genova, Luglio 2001. In occasione del G8, affluiscono nel capoluogo ligure oltre 300mila persone, mosse dalla volontà di fare una pacifica opposizione al vertice in corso, sostenuti dallo slogan "Un mondo diverso è possibile". A fronte di una prima giornata (19 luglio) pacifica, fanno però seguito due giorni (20 e 21 luglio) di vera guerriglia urbana che finiscono in tragedia con la morte di Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato da una camionetta dei Carabinieri. La tensione sale ai massimi livelli e la città viene messa a ferro e fuoco da un gruppo non ben identificato di Black Block. Per tutta risposta, allo scoccare della mezzanotte di quello stesso 21 luglio la polizia irrompe nei locali della Diaz, sede del Media Center del Genoa Social Forum e luogo usato come dormitorio da manifestanti, giornalisti, gente di passaggio. Tra di loro ci sono Luca (Elio Germano) giornalista della Gazzetta di Bologna giunto a Genova per capire cosa stia realmente accadendo, Alma (Jennifer Ulrich) un'anarchica tedesca che ha preso parte agli scontri, Nick (Fabrizio Rongione), che si trova a Genova per seguire un seminario di economia, e perfino Anselmo (Renato Scarpa), un vecchio militante della CGIL che ha preso parte ai cortei. Contro di loro, vittime inermi della follia di Stato, si scateneranno la rabbia e la violenza dei poliziotti guidati da Max (Claudio Santamaria), perplesso nei confronti dei metodi ‘poco ortodossi' che la polizia sta mettendo in campo eppure colpevole di quella violenza gratuita al pari di tutti i suoi colleghi. Alla fine del raid, 93 persone (perlopiù ragazzi stranieri, molti dei quali in gravi condizioni di salute) verranno arrestati e tradotti nella caserma-carcere di Bolzaneto, dove per tre giorni verranno umiliati e torturati.

La linearità filmica della banalità del male

Ripartendo dalla parabola (a ritroso) di una fantomatica bottiglietta di birra vuota lanciata da uno dei manifestanti oltre (e non contro) una camionetta dei Carabinieri, e divenuta scusa-scatenante dell'atto di repressione, Daniele Vicari si sofferma sulla distanza esistente tra la innocua spontaneità della protesta e la distruttiva premeditazione della reazione delle forze dell'ordine; la distanza esistente tra il lancio di quella bottiglietta infrantasi a terra senza conseguenza e i gravissimi effetti della violenta e ingiustificata repressione statale. Diaz abbraccia così l'abominio di un gesto mascherato dietro una falsa "questione di pubblica sicurezza" che mostrerà a conti fatti tutta l'inutilità di un "Mi dispiace" che mai potrà risanare le ferite inflitte a tanti innocenti così come al volto della nostra democrazia. Costruito su una trama di finzione che però si muove attraverso l'imprinting documentaristico di filmati di repertorio, foto, e un accurato lavoro di documentazione, Diaz non vuole rappresentare la verità di quella vicenda, ma l'incredibile eco di dolore e vergogna che quella vicenda ha generato. Si tratta di una storia in cui non ci sono, come accade di solito al cinema, protagonisti raccontati nell'evolversi di una storia, ma c'è piuttosto una Storia (quella della nostra democrazia) raccontata attraverso la cesura di un evento tanto ignobile quanto memorabile di cui consociamo conseguenze ma di cui ci sfuggono le cause. Perché di quell'inferno scatenato all'interno della Diaz nel Luglio del 2001 è rimasto il sangue, l'immagine di corpi martoriati e trascinati come bestie, mentre manca una vera ragione: intesa non solo come ragionevolezza del gesto, ma anche come causa. Girato con grande amore per la verità, Diaz mette in immagini ciò che più ci spaventa: ilgerme della banalità di un male (quello ben individuato e descritto dalla Arendt) che non nasce dal genio di grandi menti diaboliche, ma dalla mediocrità di uomini comuni, dal loro senso di frustrazione o inadeguatezza. Figli, forse fratelli e magari padri, tutti ignari di essere facili pedine nella scacchiera del potere.

Diaz Daniele Vicari torna sui fatti del G8 di Genova riaprendo il dibattito ‘sull’ingiustificatezza e sull’ingiustificabilità’ di una vicenda che ha messo in luce la breccia presente nella solidità democratica dello stato italiano. Grane linearità e senso del ritmo assestano con Diaz un pugno allo stomaco che assieme al film Romanzo di una strage suscita un’inquietante riflessione sulla deriva esistente nel nostro stato tra il dovere di salvaguardare i suoi cittadini e l'evidente priorità di salvaguardare sé stesso.

8

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