Berlinale 65

Recensione Diary of a Chambermaid

Léa Seydoux cameriera al servizio della macchina da presa di Benoit Jacquot non convince

recensione Diary of a Chambermaid
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

L’anno è il 1900 spaccato, l’autore Octave Mirbeau. Ad essere raccontata nel suo libro intitolato Diario di una cameriera è la storia di Celestine, giovane domestica che dalla vibrante Parigi si trasferisce in Normandia per servire nella villa dei Lanlaire, costretta ad assecondare i voleri di una padrona di casa scontrosa ed incattivita accompagnata ad un marito non propriamente fedele. Ne uscirà grazie alle mani del ‘collega’ tuttofare, organizzando con lui una fuga pianificata e studiata nel dettaglio. Un romanzo profondo, di forte denuncia sociale e con l’intenzione di alzare il sipario sulla condizione delle donne a servizio in grandi case, spesso maltrattate ed abusate senza nessuna possibilità di ribellione: un tema scottante che prima di Benoit Jacquot è passato dalle illustri mani di Jean Renoir prima (nel 1946) e di Luis Buñuel poi (nel 1964), arrivando a tracollare in picchiata verso Diary of a Chambermaid, il lavoro portato dal regista francese al 65° Festival Internazionale del Film di Berlino, dove è stato presentato in concorso.

I motivi dietro un fiasco totale

Sono solo novantasei, fortunatamente, i minuti che servono a Jacquot per raccontare in maniera raffazzonata e totalmente priva di rotta la storia di Celestine: e se durante la prima mezz’ora il film sembra intenzionato a prendere una minima direzione, ogni speranza viene tristemente abbandonata durante lo svolgimento della pellicola, che scende in picchiata verso una serie di scene scollegate e prive di senso. Lo scopo del progetto, l’intenzione registica ed il pensiero dietro la pellicola si perdono completamente (sempre che ci siano mai stati), perché a mancare sembra essere principalmente una continuità d’intenti che faccia andare il film verso una direzione precisa. Non aiuta un montaggio confuso, che alterna senza alcun filo conduttore momenti della storia presente con altri della vita passata di Celestine al servizio di altre famiglie: potrebbero essere funzionali alla narrazione, e invece vengono intervallati da dissolvenze al bianco degne di Windows Movie Maker e non si incastrano al resto della narrazione, risultando anelli deboli di una catena già di per sé spezzata in vari punti. La stessa regia cerca di instillare nello spettatore una sorta di tensione che tuttavia non si risolve affatto nel finale, rimanendo quindi l’ennesima scelta sbagliata.

Qualche sprazzo di luce nel buio totale?

Probabilmente risentendo dell’intero disastroso ensemble che li circonda, gli attori non riescono affatto a fare il meglio: Léa Seydoux in particolare sembra non riuscire ad entrare nel personaggio con convinzione, nonostante una prova che in alcuni momenti si dimostra apprezzabile. Probabilmente con una migliore regia avremmo rimpianto l’abbandono di Marion Cotillard, precedentemente scelta per la parte, ma visto il risultato finale si può dare all’attrice solo il merito di aver subodorato già prima di tutti il fiasco che poi si è tristemente realizzato. L’unico sprazzo di luce sembra essere Vincent Lindon, convincente nonostante non sia minimamente aiutato dalla sceneggiatura. Buone invece le performance di contorno, sebbene alcune finiscano per risultare comiche pur non essendo quello il loro fine principale, ennesima conferma dell’enorme sbaglio generale.

Diary of a Chambermaid Con il suo Diary of a Chambermaid il regista francese Benoit Jacquot riesce nell’impresa di far crollare il livello del secondo festival consecutivo, dopo aver già abbassato l’asticella qualitativa di Venezia71 con il suo 3 Coeurs. Inspiegabilmente amato dalle selezioni festivaliere, porta stavolta un film sbagliato nei modi e nei tempi, che fallisce nel raccontare il messaggio del libro da cui è tratto e manca completamente di direzione, trovandosi ad essere nel complesso un’accozzaglia poco chiara di scene: una buona fotografia e delle interpretazioni presenti solo a tratti non possono aiutare il tracollo del film, sicuramente tra i peggiori visti finora a Berlino.

4

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