Recensione Dead Man Down

Colin Farrel e Noomi Rapace in cerca di vendetta nel nuovo film di Niels Arden Oplev

recensione Dead Man Down
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Niels Arden Oplev è il talentuoso regista danese che nel 2009 ci ha portato un gioiellino quale la versione svedese di The girl with the dragon tattoo. Da questo weekend arriva al cinema la sua nuova fatica: Dead Man Down è una confusa accozzaglia di stereotipi e anomalie, e non potrebbe essere altrimenti vista la penna da cui ha preso vita. E’ stato infatti scritto da J. H. Wyman, uno degli autori della serie Fringe (non esattamente famosa per la sua linearità o semplicità, giusto per intenderci). Nel film torna la bella svedese Noomi Rapace, che già aveva lavorato con Oplev per Uomini che odiano le donne e che rappresenta il fiore all’occhiello del film: cardine della trama e vera differenza rispetto a tanti revenge movie sulla stessa falsariga. Lo stesso non si può dire purtroppo di Colin Farrell, oltretutto costretto in un ruolo che starebbe stretto pure a Jason Statham.

NON APRIAMO L'ALBUM DI FAMIGLIA

Victor (Colin Farrell) è uno dei migliori uomini di uno dei boss della malavita newyorkese, Alphonse Hoyt (Terrence Howard). E allo stesso tempo è un infiltrato sotto falso nome, che dietro un accento da perfetto americano cela la sua origine ungherese e il suo nome di battesimo, Lazlo Kerick. Deciso a vendicarsi dell’assassinio della sua famiglia per mano di una banda albanese assoldata da Hoyt, Victor lavora duramente per costruirsi una nuova identità e infiltrarsi clandestinamente nell’organizzazione. Spende il suo tempo a lavorare maniacalmente su sofisticati piani di vendetta verso Hoyt e il boss albanese Ilir (James Biberi). La sua vita procede lineare, nel freddo e impassibile cammino di una vendetta spietata, perpetrata da un uomo a cui hanno strappato il cuore. Almeno fino... al fatale incontro con Beatrice (Noomi Rapace). Reietto della società ed emarginata come lui, da quando è stata coinvolta in un incidente stradale che ha sfigurato metà del suo visto (i ragazzini del vicinato la chiamano Mostro), Beatrice e Victor flirtano con lo sguardo dai rispettivi balconi. Finiranno per conoscersi, ma non sarà un appuntamento “convenzionale”: la donna sa dell’impiego criminale di Victor e lo ricatta affinché lui uccida l’uomo che ha causato l’incidente stradale che le ha rovinato la vita.

SIAMO LA COPIA PIù BELLA DEL MONDO

Si snoda così un film che intreccia a spirale due film inizialmente ben distinti, ma tesi a ricongiungersi: l’indifferenza di un Victor morto dentro, spietatamente in cerca di vendetta, e il colore umano dei sentimenti conflittuali di un Victor che non si arrende, alle prese con una donna ancor più compressa di lui. Eccentrica storia a metà tra l’action movie già visto e il legame sentimentale fra cuori spezzati, personaggi dalla vita rovinata che trovano nella loro disgrazia una insperata rinascita - e dovranno lottare e cavare sangue per guadagnarsela - il film rientra a pieno titolo nel genere che comunemente siamo soliti chiamare americanate. Nei suoi 110 minuti alterna i cliché più bassi del genere ad elementi imprevisti, ma purtroppo poco credibili, smascherando la più plateale incoerenza filmica, risultando tanto stereotipato nelle scene più adrenaliniche da essere quasi esilarante (clamorosa risata in sala al dialogo “Dove hai imparato a lottare così?” “Ho fatto il servizio militare in Ungheria”) e svilendo il vero punto di forza del film, ossia il legame atipico Victor-Beatrice, all’interno di una trama sostanzialmente vuota e scarsamente empatica. Noomi Rapace si attesta come protagonista “simbolica” del film, capocannoniere in grado di aggiungere un minimo di spessore. Colin Farrell non veicola emozioni, e non aiuta una sceneggiatura che lo vuole praticamente muto, silenzioso ai limiti dell’insopportabile. Dolore sopito? Realismo? Lo si chiami in qualsivoglia maniera, ma il personaggio di Victor è impossibile da credere ed impossibile da tifare.

Dead Man Down Film fondamentalmente poco convincente, dovuto ad una scrittura che ha gestito male i luoghi comuni di un genere e le ambizioni “alternative” di alcuni nuovi ingredienti. A compensare in parte il pessimo lavoro di Wyman fortunatamente interviene l’apprezzabile regia di Oplev, capace di gestire bene le scene. Oltre a ritrovarvi gonfi di adrenalina nel finale, non potrete fare a meno di essere martellati d’inquietudine seguendo i drammi di Beatrice. Il contatto degli sguardi tra i due, da un balcone all’altro di due palazzi, sono un pizzico di poesia, qualcosa di inaspettato in un film con un intreccio purtroppo fallimentare in partenza.

5.5

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