Recensione Cub - Piccole prede

Jonas Govaerts racconta un'inusuale storia horror con protagonisti degli sfortunati boy scout

recensione Cub - Piccole prede
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Il bosco, quel verde e marrone agglomerato di alberi, terra e, spesso, animali selvatici che, fonte d'ispirazione non poche volte dei più e meno osannati poeti romantici, non ha potuto fare a meno di trasformarsi, nell'ambito della Settima arte, in uno dei maggiormente gettonati set in cui ambientare vicende dai connotati inquietanti e destinate quasi sempre ad essere caratterizzate dall'alto body count.
Del resto, non possiamo certo fare a meno di ricordare che sia il luogo preferito di serialkilleraggio dell'immortale squarta-teen-ager con maschera da hockey Jason Voorhees per massacrare le proprie vittime nei vari Venerdì 13; oltre che il territorio di caccia in cui, prevalentemente, si aggira armato di motosega Leatherface al fine di procurare esseri umani da trasformare in polpette e salsicce da gustare insieme ai suoi disgustosi familiari cannibali nella saga Non aprite quella porta.
E, senza alcun dubbio, ne ha tenuto conto Jonas Govaerts, il quale, dopo essersi dedicato a serie televisive e short, sfrutta una scenografia boschiva all'interno del suo primo lungometraggio: Welp, ribattezzato Cub - Piccole prede dalla distribuzione italiana e del quale ha anche curato la sceneggiatura al fianco di Roel Mondelaers.

L'ultimo boy scout

Scenografia boschiva in cui non troviamo la solita combriccola di giovincelli in vacanza affamati di droga e sesso, bensì una squadra di boy scout che, sotto la guida di Chris, Peter e Jasmijn, rispettivamente con i volti del Titus De Voogdt visto in Ben X, di Stef Aerts e della Evelien Bosmans di Marina, si accampano proprio nei pressi di una fabbrica abbandonata di autobus che vide morire per suicidio sei suoi operai, in seguito alla chiusura.
Ma, al di là della presenza di due fastidiosissimi ragazzi che frequentano la zona, a rendere ancora più inquietante la permanenza del gruppo - di cui fa parte il taciturno Sam alias Maurice Luijten, dall'oscuro passato violento - è una leggenda riguardante un bambino di nome Kai, il quale, a quanto pare, si aggira nella vegetazione per trasformarsi, nottetempo, in licantropo.
Quindi, pur sfruttando ingredienti piuttosto insoliti per il filone, le premesse di questa produzione horror thriller proveniente dal Belgio sono quelle tipiche degli slasher movie d'oltreoceano, in quanto il campionario umano, ovviamente, altro non serve che ad essere mutato in carne da macello.
Govaerts, però, non si abbandona alla semplice mattanza, preferendo la scelta di cominciare a seminare cadaveri e sangue soltanto una volta superata la prima parte d'attesa, strutturata in maniera efficace sulla costruzione psicologica delle varie figure ed occasionalmente turbata, come c'era da aspettarsi, di segnali premonitori.
Con la risultante di un'operazione che, tempestata di cruenti omicidi a base di trappole mortali, corpi infilzati e una pugnalata in un occhio, non appare affatto disprezzabile sia per quanto riguarda il punto di vista tecnico che quello recitativo.
Purtroppo, sebbene si riesca ad evitare addirittura un banale epilogo, è lo script, probabilmente lasciato senza spiegazioni in più parti per far accrescere il clima di mistero, a non permettere allo spettatore di capire del tutto risvolti e motivazioni di quanto visionato.

Cub - Piccole prede Pare che Fangoria, ovvero la più famosa rivista di cinema horror del mondo, ne abbia scritto “Un horror alla John Carpenter, i deboli di cuore stiano alla larga”. Diciamo che l’esordiente Jonas Govaerts non se la cava affatto male con la macchina da presa, tanto più che stiamo parlando di un film horror di nazionalità belga (cosa alquanto rara) che non ha nulla da invidiare ad ultra-pompate produzioni a stelle e strisce. Il paragone con il maestro del genere che ci ha regalato, tra gli altri, Halloween - La notte delle streghe (1978) e La cosa (1982), però, ci sembra un pochino azzardato, considerando che Cub - Piccole prede (2014) non solo non offra uno spettacolo particolarmente esaltante o innovativo, ma sia anche penalizzato da uno script non molto chiaro.

5.5

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