Recensione Cosmopolis

Presentato a Cannes il nuovo film di David Cronenberg

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Neanche il tempo di lasciarci alle spalle i “lapsus freudiani” del machiavellico e contorto A Dangerous Method (2011), accolto con critiche discordanti all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, che il mai stanco, mai appagato David Cronenberg torna, per l’ennesima volta nella sua carriera, a indagare su quanto di buono, di cattivo e di imprevedibilmente aleatorio si cela nella psiche umana.
Lo fa con un’opera - la ventesima della sua schizofrenica filmografia - che, in apparenza, nulla ha in comune con quelli che sono stati i caratteri dominanti della sua precedente fatica, ma con la quale riporta più somiglianze di quanto storia, ambientazione e cast facciano supporre.
Già, perché Sigmund Freud, Carl Jung e la Germania della prima Guerra mondiale sono ben distanti dal concetto di “cosmopoli” che il regista di Videodrome e Inseparabili intende qui sviluppare, palesandone la volontà sin dall’emblematico ed inequivocabile titolo.
E una limousine bianca che viaggia in lungo e in largo per i vicoli di New York con a bordo un laccatissimo Robert Pattinson non è esattamente la più alta espressione di raffinatezza estetica e formale. Almeno fin quando la reale identità del nuovissimo progetto cronenberghiano non ci arriva addosso come un pugno in fronte.

A DANGEROUS TOWN

A battezzare ufficialmente la ventesima pellicola del cineasta canadese è di nuovo un festival. Non più Venezia ma Cannes, dunque, che torna a ospitare il regista sette anni dopo averlo elogiato e acclamato grazie al bellissimo A History of Violence (2005) e aver conferito nell’ormai lontano 1996 il premio della Giuria al suo discusso e controverso Crash.
Un’opera molto personale, questo Cosmopolis, perché Cronenberg lo ha sia diretto che scritto, avendo come principale punto di riferimento l’omonimo romanzo di Don DeLillo del 2003.
Molto personale perché la mano di Cronenberg si sente dal primo all’ultimo dei circa 105 minuti di durata, gran parte dei quali vedono il protagonista, tale Eric Packer, seduto sul sedile posteriore di una limousine diretto dal suo parrucchiere per farsi tagliare i capelli.
Ma oggi è giorno di grande traffico nella grande Mela - la vicenda ha luogo a Manhattan - perché tutta la città attende la visita del Presidente degli Stati Uniti ed è alquanto difficile farsi spazio tra i veicoli che affollano la metropoli.
Packer, giovane rampante con una carriera in rapida ascesa nel mondo della finanza, è però determinato a raggiungere l’unico suo obiettivo di questa giornata: farsi tagliare i capelli dal suo parrucchiere.
Dietro un evento così banale e quotidiano si nasconde però qualcosa di ben più complesso; Packer è implicato in affari loschi ed è ormai convinto che qualcuno stia cercando di ucciderlo.

CAPITALISM: A VIOLENT STORY

In Cosmopolis c’è tutto Cronenberg, dagli esordi ad oggi. C’è la metamorfosi, il senso di colpa, il peccato, la redenzione, il marcio della natura umana e della società, che ci schiaccia e ci soffoca senza distinzioni.
In quest’ottica, la pellicola può essere vista come un arguto e spietato atto d’accusa contro il capitalismo, che Cronenberg riproduce attraverso la metafora della limousine, come se tutta la vita - e con essa la società, l’economia, il sistema - fosse una macchina in corsa che si divincola nel traffico e dalla quale, una volta saliti, non possiamo più separarci.

Appendice di tutto il racconto è difatti l'automobile stessa, l’involucro dentro il quale Eric Packer è rinchiuso e che utilizza come mezzo per giungere al suo fine. All’interno di essa si svolgono molti dei dialoghi che fanno, senza dubbio, da cuore pulsante a tutta l’opera. Da questi traspare tutta una serie di significati simbolici che Cronenberg vuole attribuire alla sua storia, abbastanza potenti da lasciare il segno ed essere compresi anche se non spiegati.
Ma Cosmopolis non è fatto solo di dialoghi e introspezione. E’ anche pathos, adrenalina e inquietudine, sensazioni che vengono rese appieno e dal regista e da un Robert Pattinson alla sua prima, vera prova attoriale, risultando una scommessa quantomeno azzardata - non è certo il tipo di interprete cui uno come Cronenberg affida solitamente il ruolo di protagonista in uno dei suoi film - ma sorprendentemente vinta.
Sia a livello di scrittura che di regia e di recitazione - nel cast anche Paul Giamatti e Juliette Binoche - Cosmopolis si conferma opera straniante e di grande impatto emotivo, che ha già diviso gran parte della critica internazionale e che non mancherà di suscitare reazioni contrastanti anche tra i più affezionati fan di David Cronenberg.

Cosmopolis A neanche un anno di distanza dalla sua ultima fatica registica - si tratta di un cineasta dai tempi di lavorazione piuttosto dilatati - David Cronenberg firma con Cosmopolis la summa del suo cinema, imprimendo la storia (tratta dall’omonimo romanzo (2003) di Don DeLillo) di significati simbolici e metafore oltremodo allusive. Fatto di lunghi e arguti dialoghi ottimamente recitati dal (quasi) ex vampiro Robert Pattinson e da un cast pienamente all’altezza, è un film che ha il potere di scuotere chiunque lo veda e di non lasciare indifferenti. In Concorso a Cannes, merita senz’altro di lasciare la Croisette a mani piene.

7.5

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