Giffoni 2014

Recensione Colpa delle stelle

Shailene Woodley e Ansel Elgort sono i protagonisti di una romanticissima pellicola a sfondo drammatico

recensione Colpa delle stelle
Articolo a cura di
Alessandra De Tommasi Alessandra De Tommasi ha avuto il colpo di fulmine per la scrittura quando ha ricevuto in regalo una macchina da scrivere gialla giocattolo, ma funzionante, alla tenera età di 4 anni. L'argomento preferito? I telefilm, a cui ha dedicato (oltre a svariate notti insonni) la tesi di laurea e il saggio per diventare giornalista professionista. In due parole: serial addicted! Se volete, potete seguirla su Twitter!

Non promette niente di buono, come un film su un naufragio o su ragazzini massacrati in un’arena, ma se lo spettatore ha imparato almeno una cosa dalla trama di Titanic e Hunger Games sa che non deve fermarsi a quella di Colpa delle stelle. Sì, i protagonisti sono due adolescenti. Sì, sono malati di cancro. E sì, stanno per morire. Sarebbe un errore imperdonabile però affibbiare loro un’etichetta strappalacrime e archiviare la loro storia prima di andarla a scoprire al cinema il 4 settembre. E non perché lo dicono i 48 milioni nei tre giorni di debutto al botteghino a stelle e strisce o le reazioni entusiaste dopo l’anteprima al 44° Giffoni Film Festival. Hazel e Gus, questo il loro nome, hanno una vicenda clinica comune a molti altri al mondo, ma nessuno dei due è ordinario. Li ha immaginati così lo scrittore John Green nel suo romanzo bestseller (edito da Rizzoli) e con quella stessa vena poetica e trasgressiva sono stati trasposti su grande schermo da Josh Boone. Ad interpretarli - niente accade per caso - sono stati scelti due volti notissimi al pubblico teen: Ansel Elgort e Shailene Woodley interpretano infatti fratello e sorella nella saga di Divergent e sono già all’opera sul secondo film, Insurgent. Su grande schermo insieme funzionano: lei, uno scricciolo pieno d’energia, sembra costantemente protetta dalla presenza imponente da gigante buono di lui.

Insieme e basta

L’impressione, ancora una volta basata sui precedenti, è quella di avere davanti l’ennesimo racconto a metà strada tra Nicholas Sparks e Federico Moccia. Niente di tutto questo: Hazel e Gus non chiedono la nostra pietà, non vogliono le nostre lacrime e non pretendono che nessuno capisca cosa stanno provando, compresi i compagni del gruppo di sostegno per pazienti oncologici. Esercitano il diritto di vivere il cancro come meglio credono, fuori dai manuali di auto-aiuto, urlando, arrabbiandosi e persino scagliando contro il muro i trofei sportivi.
Ecco come si incontrano, come si guardano con diffidenza e come s’innamorano. Fino a quel colpo di fulmine sono stati definiti da quel male che è un tabù persino da pronunciare ad alta voce, ma non più. Arrivano a credere che, persino con i giorni contati, possono godere di infiniti più grandi di altri, di un sentimento che le convenzioni bollano come impossibile o, nel migliore dei casi, senza un futuro.

Quel guizzo di gioia

Anche nelle situazioni senza speranza l’istinto di sopravvivenza scova una briciola di gioia e per Hazel è il romanzo Un’imperiale afflizione, in cui s’identifica perché le sembra che l’autore Peter Van Houten abbia colto in pieno la sua condizione esistenziale. Cita a memoria le sue frasi, sottolinea interi paragrafi del libro e lo rilegge come unica evasione da un mondo banale e ipocrita, che ormai l’ha rinchiusa nella categoria dei miserabili, senza alcun appello. Quando Gus fa incursione nel suo quotidiano riesce quasi a farle dimenticare che per sopravvivere ha bisogno di trascinarsi dietro una bombola d’ossigeno. Insieme inizia l’avventura più indimenticabile della loro esistenza.
Vista l’impossibilità di trasporre tutti i livelli emotivi presenti nel romanzo, il film è frutto di un’accurata selezione che epura dalla vicenda letteraria i dettagli più dolorosi e umilianti della malattia per lasciar risplendere solo la storia d’amore dei due ragazzi. Il resto s’intuisce, si capisce, ma non si vede mai esplicitamente. Un atto di semplificazione, certo, ma che non banalizza il percorso di Hazel e Gus, anzi lo rende più accessibile ad un pubblico di tween e non solo di teen.

Colpa delle stelle Prezioso adattamento del romanzo: nonostante la scelta, discutibile ma sensata, di eliminare gran parte degli effetti della malattia, il film resta un capitolo d’educazione sentimentale delicato e toccante. Si candida ad essere un cult generazionale.

8

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