Recensione Ci vuole un gran fisico

Angela Finocchiaro alle prese con la 'sindrome da rottamazione dei cinquant'anni'

recensione Ci vuole un gran fisico
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Eva (Angela Finocchiaro) si trova in quella che per una donna è comunemente associata alla 'fase della rottamazione'. In procinto di compiere i suoi cinquant'anni, Eva non può godersi il giusto riposo della sua mezza età perché afflitta dai mille problemi gestionali di una vita e famiglia che sembrano non darle tregua, mentre (come se non bastasse) incombe su di lei il fantasma della menopausa. Dalle silenti ribellioni delle figlia rockettara (Francesca), al libertinaggio dell'anziana ma disinibita madre (Lidia), passando per le continue richieste d'aiuto dell'ex marito (Gino) e per finire nella precarietà di una dimensione lavorativa che (attraverso la figura del suo dittatoriale capo azienda Pagliai e quella di un'amica improvvisamente mossa da un nuovo sprint) mette ogni giorno a repentaglio la sua dignità di donna, Eva dovrà contare su tutte le sue forze e su qualche aiuto esterno (le sedute terapeutiche di ‘trapanaggio' anti-stress al piano Brico dal suo ‘amico' Oscar o il provvidenziale intervento dell'angelo della menopausa) per tornare a guardarsi attorno con nuova fiducia, e vedere nel tempo che passa le rughe lasciate ma anche l'importante consapevolezza del percorso che si è, a fatica e con il sacrifico, compiuto. Un percorso di presa di coscienza che dovrà in qualche modo lasciarsi alle spalle un po' di quel frenetico ‘equilibrismo' che sempre grava sulle spalle di una donna stretta tra lavoro, famiglia, problematiche quotidiane e il sempre difficile confronto con uno specchio che rimanda indietro insensibile i segni del tempo passato. Una parabola che infine dovrà porre il traguardo dei 50 nella prospettiva di un nuovo punto di partenza e non in quella di un'anticamera della fine.

Uno sguardo favolistico sull'età che avanza

Dopo una lunga gavetta sui set, Sophie Chiarello sperimenta per la prima volta l'ebbrezza della regia. Lo fa con un film che si ripromette di affrontare la tematica del tempo che passa declinato in un mondo al femminile sempre molto (troppo) oberato dai diritti e dalle aspettative. Ci vuole un gran fisico non trova subito il suo ritmo perché, almeno inizialmente, indugia un po' sulle circonvoluzioni di una donna impegnata a combattere l'età che avanza (esercizi facciali al mattino, accumulo di creme e botulino) e a sentirsi sempre meno donna (anche le timide avance di un pretendente non riescono a scalfire il muro di inadeguatezza che respinge - anche - ogni opportunità sentimentale). A metà strada però, quando il film si fa prendere la mano da alcune trovate narrative (l'angelo della menopausa interpretato da un simpatico Giovanni Sorti e la doppia linea reale-onirica che smorza il dramma esistenziale della protagonista), il ritmo aumenta e il variegato album di personaggi si stringe attorno alla chiave di un ‘prender tempo' necessario per guardarsi indietro ma, soprattutto, per guardare avanti a quello che ancora può/deve esser fatto. Effettivamente molto più affine allo stile francese di una coralità sopra le righe che cerca la sua risoluzione tematica attraverso una commistione di registri, Ci vuole un gran fisico riesce infine (nella sua identità di commedia pseudo-leggera) a imporre una riflessione (seppur blandamente indotta) sull'importanza di affrontare le rivoluzioni fisiche e mentali legate al passare del tempo con coraggio e lucidità. Certo non un film perfetto e che tende a essere in qualche frangente anche un po' ripetitivo, ma senza dubbio una commedia con delle intuizioni e uno stile piuttosto freschi che cerca di riaffermare l'assunto secondo cui "Le cose vecchie si buttano, non si riparano", ma le persone, quelle no, non possono essere rottamate al bisogno come una vecchia pandina dal motore arrivato.

Ci vuole un gran fisico Alla sua opera prima Sophie Chiarello si cimenta con il tema della vecchiaia e della menopausa che intervengono a spezzare l’equilibrio solitamente precario della vita di una donna. Più contratto nella prima parte, Ci vuole un gran fisico riesce a esprimersi meglio nella seconda dove una serie di trovate e personaggi confluiscono per dar vita a una tavolozza divertente e in qualche modo anche interessante su quel senso di solitudine che cresce con il crescere dell’età. Un film che forse non piacerà molto agli uomini per il suo abbracciare un punto di vista più intimamente femminile, ma che di sicuro attirerà l’attenzione del pubblico femminile desideroso di ridere dei propri ineludibili sconvolgimenti fisici e mentali.

6.5

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