Recensione C'era una volta in America - Extended edition

Torna l'ultimo capolavoro di Sergio Leone nella versione integrale e restaurata

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Qualcosa di unico si è svolto alla 65° edizione del Festival di Cannes, quando venerdì 18 maggio, dopo ore di furente coda e lotte spietate, tra acquazzoni improvvisi e brecce di sole, finalmente si entra nella Salle du Soixantieme. Pochi eletti che porteranno il ricordo dentro di sé per tutta la vita. Un reverenziale silenzio di tensione in sala per una buona mezz’ora prima dell’inizio della proiezione. Importanti giornalisti, rampolli dell’alta società, produttori cinematografici e, tra loro, qualche raro e disparato cinefilo. Qualcuno di loro tenta di mimetizzarsi in abiti eleganti, altri si rivelano in felpa e jeans. Ma non vola una mosca. Si attendono i big che hanno fatto la storia del cinema, e in quest’occasione così rilevante sono in tanti a volersi inserire: uno di loro è Lapo Elkann, che è dovuto entrare più di venti minuti prima di De Niro perché i giornalisti gli concedessero le loro attenzioni. Entra Alexander Payne, entra Salma Hayek, ed ecco anche Gucci, De Laurentiis, e i discendenti di Leone. Poi un boato: pacato e a tratti fuori luogo, entra Ennio Morricone, il musicista che ha segnato le più belle musiche della storia del cinema. E infine l’applauso fragoroso: Robert De Niro, Jennifer Connelly, James Woods ed Elizabeth McGovern scendono gli scalini, preceduti da un pomposissimo Thierry Frémaux che minaccia l’arresto cardiaco tale è l’eccitazione da cui è animato. Un sentito discorso di introduzione, in cui il vero mattatore è James Woods. Poi ci si siede, le luci si spengono. Ad attendere la platea è un evento storico: la proiezione di C’era una volta in America nella sua versione, restaurata in video e audio, con ripristino del doppiaggio originale per l’Italia, approssimativamente più completa secondo la volontà di Sergio Leone, che ai 229’ della versione più comunemente diffusa aggiunge anche 25’ di scene eliminate, che erano presenti nel primo montaggio curato dal regista.

C’ERA UNA VOLTA... IL CINEMA

La storia, tratta “The Hoods di Harry Grey (in Italia uscito come Mano armata, nel 1952), pseudonimo del vero nome dello scrittore, David Aaronson, gangster che in questo libro scrive la propria autobiografia. La vicenda è incentrata sulle figure, appunto, di David Aaronson detto Noodles (Robert De Niro) e Maximilian Bercovicz detto Max (James Woods), delinquentelli del ghetto ebraico che arriveranno a crescere nella criminalità organizzata, fino ad originare un business consistente e ad imporsi come una delle cosche principali di New York, collaborando con lo stesso Al Capone. La storia è un intrecciarsi di molteplici piani, un complesso reticolato di segmenti temporali, prevalentemente localizzati in tre tempi: adolescenza (1922), maturità (1932-1933) e vecchiaia (1968). Questi tre segmenti sono mescolati, con ammirevole sapienza registica, fin dall’inizio del film, nei cui primi 20’ si forma un impasto audiovisivo di rara qualità, capace di trasportarci dagli attimi conclusivi del ’33 fino ai primi ’68, da cui si precipita vertiginosamente alle origini nel ’22. L’opera monumentale firmata da Leone consisteva in origine in oltre dieci ore di materiale, che vennero montate in un film di oltre sei ore, che il regista inizialmente immaginava di dividere in due parti. Successivamente scartò l’ipotesi e ridusse il montato, fino alla versione più nota di 229’, le cui scene eliminate sono state solo recentemente recuperate, restaurate e ridoppiate, per dare vita a un’opera di quasi quattro ore e mezza. Una versione decisamente impopolare e a mero scopo commerciale fu quella imposta da Arnold Milchan in soli 90’, un tempo decisamente troppo breve, pertanto privo della reale sostanza del lungometraggio. Ultimo film della cosiddetta “trilogia del tempo” (dopo C’era una volta il west nel ’68 e Giù la testa nel ’71), così definita in quanto pellicole che ricoprono tempi dilatati ed epoche assai estese, specialmente per il film in questione, che è anche ultima opera del regista e viene pertanto definito, molto spesso, come il suo film testamentario. Lo stesso Leone dirà di essere “certo di aver fatto C’era una volta il mio cinema, più che C’era una volta in America”.

UNICUM

Sovente definito uno dei migliori film della storia del cinema, C’era una volta in America è un unicum per la sua capacità di unire in concerto un team di professionisti che hanno saputo lavorare armoniosamente tra loro, riuscendo a realizzare una tale concordanza di elementi da conferire al film uno spessore assai raro. Alfa e omega del film sono la penna, l’occhio e il talento di Leone, che dirige la pellicola con una regia-capolavoro, in grado non solo di rendere oltre quattro ore di film così coinvolgenti da farle trascorrere come se fossero solo un’ora, ma anche capace di dare giusto corpo e volume ai tempi dilatati, ai sentimenti, alle nostalgie, alle tematiche molto gravi ma così dignitosamente scolpite nel film. Un frenetico andirivieni tra tre epoche differenti, nei cui spostamenti Leone si dimostra un maestro, ricorrendo ad alcuni trucchi che attingono a pieno titolo dalla sintassi puramente visiva e cinematografica: indimenticabile capolavoro, per esempio, il momento di stacco tra il ’33 e il ’68, quando Noodles-De Niro, alla stazione di New York, fissa un manifesto pubblicitario, mentre Yesterday dei Beatles improvvisamente cresce di sottofondo, imponendosi su Cockeye’s song, e la pubblicità cambia, diventando un ingombrante murale con una Grande Mela su cui si innesta una porta di vetro dove Noodles si specchia, i capelli improvvisamente ingrigiti, le rughe dominanti sul suo viso, lo sguardo spento e malinconico. Sono passati trentacinque anni in meno di mezzo minuto, e Leone lo fa senza ricorrere ad espedienti letterari o convenzionali: questo è linguaggio puramente cinematografico, come pochi se ne vedono. Il film è una grande lezione di cinema: come dimenticare il magistrale incipit dove, in un climax crescente segnato da spostamenti di macchina brillanti e cadenzati da un prolungato squillo di telefono, dagli spari e dalla pioggia, si scorre dalla caccia di Noodles alla fumeria d’oppio, dalla strada ingombra di cadaveri alle torture impartite al barista “Fat” Moe?

“SONO ANDATO A LETTO PRESTO”

Il Once upon a time tipicamente fiabesco è sottolineato da alcune tra le migliori musiche di Ennio Morricone, che fonde suoni surreali e lontani dalla realtà, associando i crudi fatti visivi tipici del gangster movie a tutta una serie di sensazioni ed emozioni che non sono quelle convenzionalmente associate a tale materia. Oltre all’omonima track principale, tutte le tracce, da “Poverty” ad “Amapola”, da “Deborah’s theme” a “Friendship and love”, creano moduli sonori che evocano profondo struggimento, immaginari lontani che toccano le corde più profonde della nostalgia di ogni individuo, scuotendo il turbamento e le inquietudini, pizzicandoli come le corde di un’arpa. I pezzi sono connotati o da una matrice precisamente fiabesca o nostalgica, o più spesso da ambedue insieme. Raramente ci si discosta da tali parametri, se non per “Speakeasy” e “Prohibition dirge”, più festaiole e in pieno tema roaring twenties, ma che sotto sotto non fanno altro che celare l’ennesima punta di amarezza e malinconia per un passato che vive debolmente nel ricordo, come una fiammella scossa dal vento. E se Deborah avverte Noodles, ormai invecchiato, che resta “solo il ricordo”, e gli consiglia di “non rovinare anche quello”, sappiamo di essere di fronte a un film che si maschera dietro il genere gangster per attingere in realtà a una materia assai più profonda e delicata: l’amore, la vita, la memoria e il ricordo, l’amicizia, la verità. In una parola: tutto ciò che crea la sostanza dell’esistenza e per cui vale la pena vivere. Mentre la brillante regia di Leone valorizza una sceneggiatura di difficile gestazione, diventando tutt’uno con le partiture del maestro Morricone e la splendida fotografia di Tonino Delli Colli, anche Nino Baragli ha i suoi indubbi meriti nell’oliare, con un montaggio snello e fluido, una macchina filmica complessa, dove ogni dettaglio e passaggio può essere decisivo: un solo istante, e l’atmosfera rischia di infrangere quell’incantesimo così raffinato di coinvolgimento totale nel film, quel “C’era una volta...” che diventa non più solo il film, ma anche la funzione spettatoriale. Lo spettatore al cinema che si perde totalmente nelle grandi campiture tracciate nel corso di quasi un secolo per ritrovare, in questo geniale film, una totale empatia e identificazione con tanti sentimenti e malinconie sepolte dentro di sé. Non c’è individuo che non possa entrare in consonanza con ciò che il film muove, in un quadro che è frutto non solo di perfezionistico lavoro e talento pressoché unico, ma anche e soprattutto di radicata passione istintiva per il cinema, l’immagine in movimento di cui solo pochi registi, tra cui Sergio Leone, riescono a diventare demiurghi.

C'era una volta in America Religioso silenzio fin da prima di inizio film in sala, proseguito per tutta la proiezione e per l’intervallo, interrotto solo da una standing ovation, poi calato di nuovo dopo gli applausi, quasi a non avere il fiato né la volontà di interrompere l’atmosfera fiabesca e struggente che si è irradiata dal film e dai suoi attori presenti in sala fino a tutta la platea circostante. Un film eterno, senza morte, che sopravviverà e trasmetterà sempre i propri messaggi sui grandi tormenti della vita, oggi come ieri come domani.

9

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