Recensione Burning Bright

La bella Briana Evigan e il suo fratellino autistico si trovano ad affrontare una famelica e feroce tigre in Burning Bright, thriller diretto nel 2010 da Carlos Brooks che si perde presto per strada.

recensione Burning Bright
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La giovane Kelly, dopo la morte della madre, è rimasta l'unica a prendersi cura del fratellino piccolo Tom, affetto da una grave forma di autismo che gli rende difficile comunicare con il mondo. Prossima a trasferirsi al college, la ragazza scopre che il suo conto in banca è stato letteralmente prosciugato dal patrigno Johnny, che ha speso i soldi per l'acquisto di una tigre: l'obiettivo dell'uomo è infatti quello di aprire un piccolo safari per turisti. Fatto ritorno a casa e scossa dalla vicenda, Kelly passa una notte insonne pensando al suo futuro; durante una discesa in cucina però, si trova dinanzi alla più spaventosa delle sorprese: l'enorme felino è infatti stato liberato da qualcuno e ora si aggira all'interno delle quattro mura. Quattro mura per altro da cui è impossibile fuggire, visto che porte e finestre erano state sigillate per l'arrivo di un'imminente tempesta. Kelly dovrà cercare di sopravvivere ed al contempo proteggere Tom, il cui rifiuto patologico di essere toccato rende ancora più difficile il tutto.

La tigre e la tempesta

Gli animali hanno sempre avuto un vero e proprio sottofilone nel cinema thriller / horror nel quale sbizzarrirsi a più non posso, cercando di screditare la reputazione dei loro più docili colleghi di favole edificanti come Babe - maialino coraggioso (1995) o L'incredibile avventura (1963), tanto per citarne due tra i più conosciuti. Nel 2010 è stato il turno della feroce tigre Senza Nome protagonista di Burning Bright, che non ha esitato in diverse occasioni a farsi sostituire da una comunque decente controfigura computerizzata. In questo thriller "horror" diretto da Carlos Brooks, autore due anni prima dell'inedito Quid Pro Quo (2008), il temibile predatore si ritrova a dare la caccia ai due sfortunati protagonisti che, di sfighe, ne avevano già abbastanza: Kelly, interpretata dalla bella Briana Evigan, si ritrovava infatti a decidere del suo futuro, messo in bilico dalle gravi condizioni di salute del fratellino piccolo. E proprio qui iniziano le prime note dolenti in fasi di scrittura: il personaggio del bambino infatti è tra i più odiosi pargoli visti su grande schermo nel nuovo millennio, e i suoi comportamenti, pur subordinati alla patologia di cui soffre, appaiono sin troppo estremizzati in favore di trama. Trama che già non brilla certo per originalità, con risvolti forzati che soltanto il cliffhanger nella mezzora finale riesce in parte a giustificare. Escludendo per un attimo i buchi e le incongruenze di sceneggiatura, nella sua pura essenza di genere l'operazione a tratti funziona, con una discreta carica tensiva ad addentrarsi progressivamente nei novanta minuti di visione; peccato che la buona gestione delle inquadrature finisca soffocata in una monotonia imperante, schiava giocoforza dell'esile pretesto narrativo nel quale la pressoché unica ambientazione diminuisce e non poco le dosi di interesse.

Burning Bright La bella e la bestia, rispettivamente interpretate da Briana Evigan e da una tigre per metà reale e per metà ricreata digitalmente, si affrontano all'ultimo sangue in questo home-animal-invasion thriller diretto nel 2010 da Carlos Brooks. Se l'atmosfera di genere emerge saltuariamente, con una manciata di sequenze ad alta dose di suspense, gli escamotage narrativi in Burning Bright si fanno fin troppo evidenti per arrivare a rinchiudere prede e predatore all'interno di uno spazio chiuso che, dopo qualche sussulto, trascina nella monotonia l'intera baracca.

5

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