Recensione Broken City

Thriller poliziesco con la coppia Mark Wahlberg-Russell Crowe

recensione Broken City
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Responsabile, insieme al fratello Albert, di quello strepitoso La vera storia di Jack Lo Squartatore (2001), con Johnny Depp e Heather Graham, e dell'apocalittico Codice Genesi (2010), con Denzel Washington e Gary Oldman, ma anche dei meno conosciuti e molto più personali Nella giungla di cemento (1993) e Dollari sporchi (1995), Allen Hughes si mette 'in proprio' realizzando un cupo thriller metropolitano ambientato a New York che ha per protagonisti l'ormai stellare Mark Wahlberg e un occhialuto Russell Crowe, rispettivamente nei panni di Billy Taggart e Nicholas Hostetler. Il primo, ex poliziotto ora detective privato, viene ingaggiato dal secondo, sindaco della città, per indagare su una presunta relazione extraconiugale della moglie Kathleen (una sgualcita Catherine Zeta-Jones, risparmiata addirittura dai credits sulla locandina). Quando l'amante di quest'ultima viene ritrovato morto, l'ex agente Taggart si ritrova coinvolto in un losco giro di affari e menzogne che mai avrebbe potuto immaginarsi. Questa può però' essere per lui la tanto attesa occasione per svelare finalmente i legami che intercorrono tra politica e criminalità.

BLOOD AND THE CITY

Una storia molto al passo con i tempi, quella raccontata in Broken City (il titolo fa ovviamente riferimento alla città di New York, in cui si svolge la narrazione); non tanto per l'aspetto drammatico della vicenda quanto per lo spunto da cui essa prende il via.
Imminenti campagne elettorali, strategie di voto più o meno lecite, complotti di qualsivoglia genere e forma non potranno infatti fare a meno di richiamare alla memoria, soprattutto per il pubblico italiota, la situazione di cui tutti, chi in un modo chi nell'altro, stiamo osservando l'evolversi proprio in questi giorni.
Verrebbe quasi spontaneo chiedersi se si tratti di una scelta di marketing ragionata, quella di distribuire il film in Italia con un paio di settimane di ritardo rispetto all'America, così da assicurarsi un certo riguardo degli spettatori nostrani in termini di incassi, o verosimilmente si tratti di pura, semplice casualità.
Ma ci interessa relativamente, quindi torniamo al film: a chi lecitamente si chiede se Broken City, visto l'argomento in questione, sia un political thriller alla maniera delle ultime prove registiche di Robert Redford (Leoni per agnelli del 2007, La regola del silenzio del 2012 ) o del ben più desueto Tutti gli uomini del presidente (1976), ci permettiamo di rispondere con un 'No' categorico. Quello di Allen Hughes è piuttosto un lavoro che segue la scia di I padroni della notte (2007) - interpretato, guarda caso, dallo stesso Mark Wahlberg - e dei vari polizieschi moderni visti in sala di recente.
Hughes pone in grande risalto la componente visiva, da sempre un must del curriculum cinematografico dei due fratelli - nonostante qui vi sia solo Allen - la quale, però, proprio a causa di una fin troppo accentuata artificiosità, risulta solo puro esercizio stilistico fine a se stesso.
Condizionato da una sceneggiatura (a firma dell'esordiente Brian Tucker) incapace di andare oltre il già visto, il regista vorrebbe indagare a fondo su ciò che si cela sotto il look patinato di Manhattan (qui orfana del fascino che è solita sfoggiare, anche in versione notturna), pur mantenendo alto il livello di intrattenimento. Obiettivo mancato sia nell'uno che nell'altro versante, perchè il film non svela nulla che non fosse già noto a tutti fin da subito e non colpisce al di fuori di qualche sequenza tecnicamente pregevole.
Colpi di scena ridotti all'osso, interpretazioni di routine e una tensione pressoché nulla completano una prova di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Broken City Pur con l'intenzione di guardare al lato oscuro di New York strizzando l'occhio alla politica, Allen Hughes, fratello di Albert, confeziona un modesto thriller poliziesco con un cast delle grandi occasioni (Wahlberg, Crowe, Zeta-Jones) che va clamorosamente sprecato. Qualche sequenza ben realizzata non salva il prodotto da un triste tracollo, cui contribuscono, più di tutti, una sceneggiatura pedante e monotona e un livello di tensione che sfiora lo zero. Da dimenticare in fretta.

5

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