Torino 2012

Recensione Breaking Horizon

Lara, giovane studentessa di architettura, confusa e annoiata, resta incinta per un rapporto occasionale. Ma è solo l'inizio...

INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Primo film per la regia di Pola Schirin Beck, ma anche per la penna dello sceneggiatore Burkhardt Wunderlich, debutta al festival di Zurigo fino ad arrivare a quello di Torino il film Breaking Horizons, come si è fatto intitolare nei festival europei per semplicità di passaparola, ma il titolo originale è Am Himmel der Tag, letteralmente Il cielo del giorno. Tante parole per alludere al medesimo significato: andare oltre, nuovi orizzonti e nuove prospettive, ma anche uno spettro di umori su diversi piani. E se per vezzo citazionistico potremmo trovare echi leopardiani nel titolo inglese, il titolo tedesco dal canto suo suona classicheggiante, a fare da sfondo a una storia femminile, perfetta cornice melodrammatica anche se venata da una non ostentata vocazione realistica e di denuncia sociale.

ORIZZONTE E PROSPETTIVA

Lara (Aylin Tezel) ha venticinque anni, è studentessa di architettura a Berlino e intrattiene una profonda amicizia con la coetanea Nora (Henrike von Kuick), che non di rado sfocia in atti lesbici di puro divertimento. Lara e Nora vanno a fare il bagno al fiume, girano per le discoteche, vivono di spregiudicatezze giovanili. Castana l’una, bionda l’altra, belle e affascinanti, mangiatrici di uomini. Eppure da qualche tempo Nora è annoiata da tutto. I suoi progetti di architettura non sono all’altezza delle aspettative dei genitori, andare in discoteca non la diverte più e non sa cosa vuole dalla vita. Resta disperatamente ancorata a una morbosa amicizia con Nora, verso cui prova affetto e gelosia, e trova una spalla di conforto in Elvar (Tomas Lemarquis), il vicino islandese, artista di falegnameria. Una notte in discoteca trova Paul, uno dei suoi insegnanti, e comincia tra loro un feeling inaspettato, ma per pura casualità l’amica Nora la anticipa e comincia una relazione con il docente. Vulnerabile, sola, fragile, la disorientata Lara si lascia andare a un rapporto sessuale di una notte col barista del locale. E resta incinta. La notizia è di un certo impatto, eppure dona a Lara una nuova energia: preparativi, una casa nuova, novità anche nei rapporti con le persone e nei legami coi familiari. Almeno fino alla tragedia: la perdita del bambino e l’innesco di una degradazione solo rimandata, il confronto vis-a-vis con la propria condizione solitaria e con un’esistenza dove non trova significato.

(SENZA) FISIONOMIA

Il film si fregia di una regia di buon livello, capace di assorbire l’empatica sensibilità femminile della regista e dell’attrice protagonista, stupenda quest’ultima, fosse anche solo per le caratteristiche fisiche che la rendono più debole, insicura e a sua modo pura, innocente. Ben diversa dalla spavalda e spensierata Nora, bionda che ricalca tutti gli stereotipi di una gioventù (tedesca e non solo) egoista e narcisista, così miope di fronte all’amica, di fronte alla sua attrazione per Paul, il professore. A questa regia, leggera e discreta eppure funzionante, non risponde un impianto narrativo di pari altezza. Il film sembra seguire spirali già conosciute, viste e riviste, inserendo i personaggi in ruoli statici e cristallizzati, nonostante gli avvenimenti di forte portata nelle loro vite. Anche le metafore, i luoghi simbolici, come il modellino in legno abbozzato dell’amico Elvar, in cui Lara sembra cercare una fisionomia così come la cerca nella propria vita, oppure il periodo in cui deve occuparsi dei suoi animali, prefigurando così la gravidanza, sono fin troppo ostentate, quasi fastidiosamente appariscenti.

Breaking Horizon In sintesi, Breaking horizons resta un film godibile, la mano registica è delicata e la protagonista piace, riuscendo a trovare la giusta affinità con lo spettatore. Tuttavia si tratta di un prodotto fin troppo prevedibile, che perde la portata della disgrazia centrale del film a causa di un sovraccarico di macchiette. A fallire sono soprattutto i personaggi, passivi più che attivi, manichini senza una vera e propria evoluzione, e un mondo che resta immobile e non cambia. Il film nasce e finisce con la protagonista, la talentuosa Aylin Tezel.

6.5

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