Recensione Boyhood

Richard Linklater e il suo magistrale progetto in divenire, concretizzatosi in un film straordinario

recensione Boyhood
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Nel panorama del cinema americano contemporaneo, Richard Linklater può essere considerato un regista decisamente peculiare, dotato di una visione artistica molto più vicina, per certi aspetti, a un certo cinema d’autore europeo che non ai più diffusi canoni hollywoodiani. Pur non rifuggendo talvolta da progetti più convenzionali (School of Rock, Bad news bears o Me and Orson Welles), il cineasta texano è riuscito a stimolare un maggior interesse - perlomeno da parte della critica e del pubblico degli appassionati - proprio attraverso quei film più intimi e personali, attraversati da una sensibilità in cui la sincera analisi dei sentimenti si mescola ad influssi mutuati dalla Nouvelle vague e a determinati stilemi del cinéma vérité. Alla suddetta categoria si può ricondurre una trilogia che ha segnato l’immaginario cinematografico degli ultimi vent’anni, ovvero la storia d’amore di Jesse e Céline, che si è sviluppata mediante tre film girati nell’arco di due decenni (da Prima dell’alba nel 1995, passando per Prima del tramonto nel 2004, fino a Before Midnight nel 2013). Un’operazione che presenta diverse analogie con l’impresa straordinaria - nel vero senso della parola - messa in atto da Linklater nel corso degli ultimi dodici anni: Boyhood.

Imparando a crescere

Ricompensato con l’Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino 2014 (curiosamente lo stesso riconoscimento che, nell’edizione del 1995, era stato attribuito a Prima dell’alba, destinato ad assurgere allo status di cult generazionale) e già quotatissimo in vista dei prossimi Oscar, Boyhood sembra condividere il medesimo principio fondante della trilogia di Jesse e Céline: il cinema come veicolo per ‘catturare’ il tempo e metterlo in scena nel suo incessante divenire, come un flusso inarrestabile in cui - per parafrasare il dialogo di chiusura del film - non siamo noi a “cogliere l’attimo”, ma sono gli attimi a cogliere noi stessi, conferendo significato al nostro eterno presente. E sono appunto dei semplici attimi, momenti di apparente banalità rubati ad una sfera quotidiana che acquista passo dopo passo profondità e pathos, a scandire il percorso di Mason Evans Jr fra il 2002 e il 2013. Un percorso che, in questo caso, procede di pari passo con la maturazione del protagonista di Boyhood, il bravissimo Ellar Coltrane, il quale fra i sette e i diciannove anni (ogni anno, per una manciata di giorni) ha prestato a Mason Jr il proprio volto: quel volto di cui la macchina da presa coglie ogni minima trasformazione, mentre il bambino introverso delle prime sequenze cresce per diventare un giovane adulto, sempre più consapevole delle sue scelte e alla ricerca del proprio posto nel mondo. Un’evoluzione in tempo reale che ha coinvolto anche gli altri interpreti del film, ovvero Lorelei Linklater, la figlia del regista, nella parte della sorella maggiore di Mason Jr, Samantha, e Patricia Arquette ed Ethan Hawke, che impersonano i due genitori divorziati: lei, Olivia, impegnata a prendere il diploma e a mantenere i suoi figli fra innumerevoli difficoltà finanziarie e matrimoni sbagliati; lui, Mason, un musicista dallo spirito libero - e orgogliosamente liberal - che può vedere Samantha e Mason Jr solo per brevi periodi, ma fa di tutto per non far mancare loro il suo affetto.

Il tempo della vita

Così come nella trilogia di Jesse e Céline, anche in Boyhood l’approccio adottato da Linklater corrisponde ad un minimalismo in cui la tenerezza nei confronti dei personaggi non diventa mai un mezzo per ‘filtrare’ la realtà, né tantomeno cede il posto a ruffianerie di sorta. Perché è proprio la realtà, nella sua essenza di work in progress, nei suoi piccoli palpiti di ogni giorno, ad attrarre Linklater, anche autore della sceneggiatura; al punto da rendere Boyhood non soltanto un film di innegabile originalità, ma soprattutto un formidabile specchio puntato verso noi stessi, nel nostro mestiere di genitori e/o di figli, ma in primo luogo nella nostra unicità di esseri umani, alle prese con emozioni, dubbi, speranze e paure. Mentre alla pellicola non serve neppure inserire inutili didascalismi di natura storica per sottolineare lo scorrere del tempo: a tal proposito, risultano assai più funzionali quei dettagli minuti ma incredibilmente vividi, come la fervida attesa per l’uscita di un nuovo volume di Harry Potter, l’attivismo di Mason padre (e con lui di Mason figlio) a favore di Barack Obama durante le Presidenziali del 2008, o perfino una casuale osservazione - che in retrospettiva produce un effetto esilarante - sull’impossibilità di realizzare una nuova trilogia di Guerre stellari. Anche la colonna sonora contribuisce a trasmettere l’atmosfera di quei dodici anni all’alba del nuovo millennio, aprendosi sulle note di Yellow dei Coldplay per proseguire con brani quali Soak up the Sun di Sheryl Crow, Could we di Cat Power, Lovegame di Lady Gaga, Radioactive dei Kings of Leon, Beyond the horizon di Bob Dylan, Suburban war e Deep blue degli Arcade Fire (ma pure con qualche incursione nel passato, come Band on the run di Paul McCartney e una rivisitazione voce e chitarra di Wish you were here dei Pink Floyd). Per il resto, Linklater si affida alla spontaneità di un magnifico quartetto di attori e si sofferma sugli snodi salienti di un coming of age che, nel suo carattere di universalità, si dimostra in grado di suscitare un’empatia rarissima e preziosa.

Boyhood Ideale prosecuzione di quell’itinerario cinematografico che aveva già affascinato e commosso più di una generazione di spettatori con la trilogia romantica di Jesse e Céline, il nuovo lavoro di Richard Linklater, Boyhood, è uno dei più intensi ed appassionanti racconti di formazione che il cinema ci abbia proposto negli ultimi anni: la cronaca in presa diretta di una “fanciullezza” tanto naturale nel suo incedere, quanto ammirevole per la capacità di immedesimazione che sa offrire ad un pubblico di ogni età.

8.5

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