Venezia 2012

Recensione Bad 25

Spike Lee ricorda il Re del Pop

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Da quel tristissimo 25 Giugno 2009, giorno in cui ne venne annunciata la scomparsa, avvenuta a soli cinquantuno anni non ancora compiuti, non pochi sono stati i documentari e, in generale, i titoli cinematografici che hanno avuto per protagonista il re del pop Michael Jackson.
Basterebbe citare la raccolta di interviste e filmati inediti Michael Jackson: The life of an icon (2011) di Andrew Eastel o Michael Jackson’s This is it (2009) di Kenny Ortega, circolato addirittura in tre dimensioni, per lasciare intendere quanto il carisma e la forza delle note musicali dell’autore di Billy Jean e Beat it sia capace di permettere al suo mito di continuare a vivere anche dopo la morte, un po’ come accaduto con altre star del calibro di John Lennon o Jim Morrison.
Un mito destinato a essere ulteriormente celebrato attraverso Bad 25, prodotto e diretto dall’afroamericano Spike Lee, osannatissimo autore di Fa’ la cosa giusta (1989) e Summer of Sam-Panico a New York (1999), e che, come il titolo stesso suggerisce, intende festeggiare i venticinque anni trascorsi da Bad, del 1987: settimo album jacksoniano (terzo da solista per la Epic), nonché ultimo prodotto in collaborazione con Quincy Jones.

Il 'cattivo' Michael... 25 anni dopo

Come c’era da aspettarsi, quindi, non sono assenti proprio vecchie interviste a Jones nel corso delle oltre due ore di visione concentrate sulle forze creative che hanno guidato il grandissimo Michael nella realizzazione di quell’indimenticabile lp, il cui principale intento era quello di ripetere la formula vincente di Thriller, di cinque anni prima, che aveva provveduto a superare ogni record esistente.
Un lp, Bad, che riuscì ad aggiudicarsi due Grammy Awards e che, circolato nel pieno degli anni Ottanta, nel periodo in cui MTV spopolava, verrà di sicuro ricordato, sempre, per quella copertina raffigurante il cantautore in abbigliamento da teppista metropolitano e, per la prima volta, alle prese con il tanto discusso schiarimento della pelle destinato a generare non poche chiacchiere e controversie, fino alla sua fine.
Un lp costituito da undici tracce (ma che ha goduto, nel XXI secolo, anche di una special edition più lunga) e che Lee esplora dietro le quinte attraverso questo elaborato di cui osserva: “Ho lavorato con Michael Jackson e per me era un amico, ma ho imparato molte cose sui di lui sistemando questi filmati. Il documentario mostra un lato più personale della leggenda. Aveva un grande humour ed era divertentissimo. Non bisogna per forza essere un suo fan sfegatato perché questo film piaccia”.

Il Re del pop

E allora, dal regista Nelson George a Miko Brando, assistiamo a un assemblaggio di interviste e riprese fino a oggi mai viste che ci portano alla (ri)scoperta di colui che viene tranquillamente ricordato come il più potente afroamericano del suo tempo; quando, tra l’altro, era una figura opposta a quella del contemporaneo Prince.
Non a caso, mentre apprendiamo che aveva acquistato i diritti di Runaround Sue e The wanderer - vecchi successi di Dion & The Belmonts - e ascoltiamo il suo storico manager Frank Di Leo e il presidente della CBS Walter Yetnikoff, è il musicista e produttore discografico Ce Lo Green a testimoniare di come Jackson fosse un grande fan dell’autore di Sign o’ the times e Purple rain.
Ma, tra le molte, sono presenti anche dichiarazioni di Chris Brown, dello sceneggiatore Richard Price, del regista Joe Pytka e del Larry Stessel che fu manager della Epic proprio ai tempi di Bad; per la cui registrazione, come racconta John Robinson, venne costruito uno studio apposito.
Man mano che si procede proprio nel rievocare l’intera lavorazione, a partire dal videoclip della title-track, nato come risposta all’esplosione della musica hip hop e che, oltre a segnare il debutto per il futuro Blade del grande schermo Wesley Snipes, vide al timone di regia il mitico Martin Scorsese.
Lo stesso Scorsese che ci viene mostrato sia in filmati dell’epoca che in recenti, prima di far luce sulla realizzazione di tutti gli altri pezzi e relativi video; dalla ballata in stile Burt Bacharach I just can’t stop loving you, originariamente concepita per un duetto insieme a Whitney Huston, a Man in the mirror e Leave me alone, ispirato a I viaggi di Gulliver.
Passando per Just good friends, con la collaborazione di Stevie Wonder, Smooth criminal, in aria di omaggio a Fred Astaire, Dirty Diana, che coinvolse anche il chitarrista Steve Stevens, e The break.
Fino ad arrivare a Speed demon, misto di animazione e set reali, Another part of me e Liberian girl, pullulante celebrità che spaziano da John Travolta a Whoopi Goldberg, senza dimenticare Steven Spielberg e Dan Aykroyd.
Il tutto, per un documentario che non manca neppure di permettere a moderne pop star come Justin Bieber, Sheryl Crow e Mariah Carey di esprimere in che modo siano state ispirate da colui che non aveva limiti e che, appunto, tendeva sempre a puntare più in alto degli altri.
Un documentario dalla struttura piuttosto classica, ma che non può fare a meno di affascinare tramite ciò che mostra... non solo gli irriducibili fan di Michael Jackson.

Bad 25 Con filmati girati da Michael Jakson stesso e che nessun altro ha visto prima, Spike Lee celebra i venticinque anni di Bad, popolare lp della pop star di colore, concependo un documentario diviso in due parti: artisti influenzati da Michael e persone che hanno lavorato insieme a lui, musicisti, parolieri, tecnici, coreografi, impiegati della casa discografia, tutti impegnati al disco realizzato dopo il più grande successo di tutti i tempi, Thriller. Nulla di eccezionale dal punto di vista registico, ma interessante per il molto materiale inedito sfoggiato e, oltretutto, capace di riportare nel mitico, colorato decennio degli anni Ottanta tutti coloro che ebbero la fortuna di viverlo, magari, proprio accompagnati dalle note di un re del pop pre-scandali.

6.5

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