Recensione Babycall

Un modesto psycho-thriller con una straordinaria Noomi Rapace

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E' senza dubbio l'attrice rivelazione degli ultimi anni. Straordinaria nell'impersonificare un personaggio borderline quale Lisbeth Salander nella trilogia svedese di Millennium, Noomi Rapace dopo suddetto ruolo si è vista spalancare le porte di Hollywood, prima con il secondo capitolo del Sherlock Holmes ritchiano e in seguito con l'attesissimo Prometheus di Ridley Scott. In attesa di poterla osservare in questi giorni nella kermesse veneziana con Passion, il nuovo film di Brian de Palma, dove si attendono bollenti scintille tra lei e l'altra protagonista femminile, Rachel McAdams, il pubblico italiano ora può godere della sua notevole performance in Babycall (distribuito in sala da Nomad Film), per la quale ha ottenuto allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma il premio Marc'Aurelio come miglior attrice.

Babycall

La Rapace interpreta il ruolo di Anna, che si è trasferita da poco insieme ad Anders, il figlio di otto anni, in un nuovo appartamento, in fuga da un marito violento che tentò di uccidere il bambino. Traumatizzata da quell'esperienza, la donna è incapace di condurre una vita normale, negandola anche al figlio, risultando una madre esasperatamente apprensiva. Un giorno Anna decide di comprare un babycall, una sorta di walkie-talkie che le assicura una comunicazione diretta con Anders nell'arco di 50 metri. Ma ben presto l'apparecchio, a causa di alcune interferenze, comincia a ricevere inquietanti urla da parte di un bambino, rendendo la paranoia di Anna ancor più pressante e spingendola ad indagare...Il regista Pal Sletaune si affida, e a ragione, quasi semplicemente all'interpretazione della sua protagonista, in grado di confermarsi attrice di talento capace di spaziare tra i generi e infondere la giusta drammaticità ai suoi personaggi. La sua Anna, ossessionata e titubante, capace di teneri momenti di dolcezza ma anche di inaspettati scatti di rabbia, è la figura centrale cui ruota attorno tutta la sceneggiatura, la cui anima drammatica si fonde a più riprese con il ritmo del thriller, generando in più occasioni una disturbante inquietudine, laddove è difficile comprendere quanto sia nella testa della donna e quanto stia realmente accadendo. L'ultima mezzora, in un crescendo di tensione non indifferente (complice un efficace uso della componente sonora), risolve quasi completamente tutte le vie narrative aperte in precedenza, lasciando adito però a qualche dubbio più vicino alle ghost-story che ai thriller di matrice scandinava. Registicamente la pellicola è alquanto spoglia, con una fastidiosa apparenza di matrice televisiva, e rovina in parte l'atmosfera di un film che senza il magnetico carisma di Noomi Rapace non avrebbe avuto molto da dire in un genere sin troppo affollato.

Babycall Un film senza infamia e senza lode, nobilitato dalla presenza di una Noomi Rapace in stato di grazia, capace di entrare con naturalezza nei panni di un personaggio dalle mille sfaccettature. Una narrazione che per quanto prevedibile riesce a garantire comunque un minimo di tensione, soprattutto nei minuti finali, rende Babycall un onesto psycho-thriller che avrebbe però potuto, e dovuto, osare di più.

6

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