Recensione Attacco a Leningrado

Mira Sorvino, Olga Sutulova e Gabriel Byrne sono i protagonisti di Attacco a Leningrado, melodramma bellico diretto da Aleksandr Buravskiy che punta con scarsi risultati alla lacrima facile.

recensione Attacco a Leningrado
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L'assedio di Leningrado è una delle tante pagine crude della seconda guerra mondiale, nella quale perse la vita quasi un milione di civili. Tolta qualche produzione autoctona di difficile reperibilità è anche uno delle tragedie meno raccontate dalla Settima Arte: ha destato perciò interesse la co-produzione tra Russia e Regno Unito realizzata nel 2009 per la regia di Aleksandr Buravskiy (Il tesoro di San Pietroburgo). Progetto ambizioso a cominciare dal cast che poteva contare nei ruoli principali, oltre che sulla presenza della giovane e affascinante Olga Sutulova, sulle presenze occidentali della bella e brava Mira Sorvino e di Gabriel Byrne, la prima in particolare nel ruolo di vera e propria co-protagonista. Distribuito in Italia direttamente per il mercato casalingo con il titolo Attacco a Leningrado, il film non ha però mantenuto le alte aspettative di partenza: vediamo il perché.

L'assedio

1941: le truppe naziste hanno invaso la Russia e stanno assediando Leningrado. L'obiettivo dell'esercito del Fuhrer è quello di portare allo sfinimento la popolazione, in carenza di viveri, per conquistare più agevolmente la città. Alcuni giornalisti stranieri, tra i quali Kate Davis, sono stati inviati per raccontare all'estero la situazione. Il convoglio su cui viaggia la donna però finisce sotto un bombardamento aereo ed ella è l'unica sopravvissuta: con l'aiuto di Nina, una coraggiosa poliziotta russa, Kate dovrà nascondersi sotto un'altra identità (le autorità la hanno data per morta e se si venisse a sapere la verità scatterebbe una crisi diplomatica) per sopravvivere, mentre gli abitanti sono ridotti sempre più alla fame. L'unica speranza per Kate è nell'assidua ricerca del collega e amante Phillip Parker, l'unico convinto che lei sia ancora viva.

Non ci resta che piangere?

L'inizio faceva ben sperare: un solido prologo di stampo prettamente bellico, realizzato con tutti i crismi tecnici e spettacolari del caso, trasporta sin da subito nel bel mezzo dell'azione e nel brutale contesto con una certa forza visiva. E Buravskiy dimostra uno certo stile nelle sequenze di guerra che però si fanno sin troppo sporadiche nelle quasi due ore di visione. Attacco a Leningrado infatti vira per la maggior parte della narrazione verso un comparto drammatico a tratti insostenibile, una vera e propria odissea melensa, con tanto di bambino malato incluso, che porta ben presto allo sbadiglio, finendo per deflagrare in un epilogo irritante quanto il personaggio interpretato da Mira Sorvino, poco credibile esempio di estrema bontà (e stupidità). La stessa sceneggiatura, già penalizzata da questo tono eccessivamente strappalacrime, si incarta su se stessa con risvolti improbabili e in un paio di occasioni del tutto incomprensibili, facendo venir meno anche l'impatto empatico della vicenda. Va dato atto al regista di non fare distinzioni di stampo nazionalistico (i russi qui non sono meno cattivi dei tedeschi) ed evitare intenti celebrativi, ma lo spreco in ruoli minori e inconsistenti di due signor attori come Byrne e Armin Mueller-Stahl è l'ennesima pecca che sancisce il definitivo fallimento dell'operazione.

Attacco a Leningrado Se fosse stato un canonico film di guerra, Attacco a Leningrado avrebbe potuto essere un buon titolo di genere vista l'abilità del regista di confezionare efficaci sequenze belliche. Peccato che il tono narrativo assuma ben presto i tratti di un melodramma strappalacrime osservato da uno sguardo femminile, con l'evidente intento di puntare alla lacrima facile. La cercata commozione però qui viene sostituita da un senso di irritazione a tratti urticante, con personaggi e situazioni che lasciano ben più che increduli. E l'unica figura interessante, quella della poliziotta Nina (una sorpresa la giovane Sutulova), naufraga anch'essa nella fastidiosa melassa generale.

4.5

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