Korea Film Fest

Recensione Arirang

L'opera estrema di Kim Ki-duk

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Kim ki-duk è salito alla ribalta in Europa grazie a lavori come "L'isola" o "Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e ancora Primavera", e venendo consacrato definitivamente con il magnifico Ferro 3. Ciò che forse non tutti sanno, tranne i suoi fedelissimi appassionati, è che questo regista coreano è molto più apprezzato dalla critica occidentale che da quella orientale. Infatti il regista in patria non riesce ad avere il successo, soprattutto di pubblico, che meriterebbe. Sarà proprio questa esperienza negativa in patria che ha influito negativamente sulla qualità della sua opera. È infatti universalmente riconosciuto che il regista ha affrontato una lunga fase di decadimento dopo la sua pellicola L'Arco, che lo ha portato ad abbandonare il cinema nel 2008 dopo Dream. Ma c'è un altro elemento - sconosciuto al grande pubblico - che lo ha allontanato dal cinema: durante le riprese di Dream, l'attrice Lee Na-yeong ha rischiato di morire impiccata girando una delle scene. Grazie al tempestivo intervento di Kim, l'attrice è scampata da morte certa ma il regista è rimasto fortemente traumatizzato. Quel contatto così intimo con una persona in punto di morte ha lasciato nel regista un trauma profondo e una ferita indelebile. Kim Ki-duk decide così di abbandonare il cinema e al contempo il mondo civilizzato partendo per un eremitaggio che durerà ben due anni.

Non posso fare a meno di piangere

Arirang ci racconta proprio di questo suo periodo eremitico, gettando in seguito uno sguardo retrospettivo a tutta la sua carriera registica. Il regista, per riuscire a metabolizzare il trauma dell'incidente sul set, decide di mettersi a nudo di fronte al suo pubblico, quello che forse non lo ha mai apprezzato pienamente, mostrandosi in tutte le sue più mutevoli sfaccettature. Arirang si trasforma così in una lunga videoconfessione, fatta non per gli altri ma per se stesso. Vomitando addosso allo spettatore tutta la sua rabbia e le sue paure, Kim Ki-duk si trasforma in uno di quei personaggi terribilmente umani che attraversano i suoi film.
Sempre in bilico tra fisicità e spiritualità, Kim Ki-duk porta sullo schermo una delle sue opere più difficili e sconcertanti. Lo spettatore si ritrova così confrontato con una visione centrata solo sull'attore/regista che si trasforma in una cavia da analizzare per mostrare quanto può essere profonda e travagliata la psiche umana. Si dice che l'animo del poeta sia tra i più delicati al mondo. Kim Ki-duk ci da effettivamente la conferma di questo detto. Il regista si mostra stanco, trasandato, ferito nell'anima da quell'incidente per cui fatica a perdonarsi, dividendosi nella schizofrenica visione di carnefice e salvatore. Solo la costruzione di una pistola, oggetto attraverso cui riuscirà a farsi giustizia, lo aiuterà a superare la rabbia e il senso di colpa che lo bloccano in un terribile stato depressivo. Uccidere il Budda, come nella tradizione, servirà a risvegliare il suo vero io.
La pellicola dividerà sicuramente il suo pubblico: ci sarà chi l'amerà alla follia vedendolo come il coraggioso atto di umiltà di un regista che si mette a nudo di fronte al suo pubblico e chi invece troverà la conferma dell'avvenuto decadimento di un autore che non riuscirà più a riprendersi. Personalmente credo che sia un'opera toccante e malinconica, che guarda indietro ad un'innocenza perduta che non potrà ritornare. D'ora in poi potremo solo guardare in avanti verso il futuro, come il monaco buddista giunto in cima ad una ripida collina che volge il suo sguardo all'orizzonte.

Arirang Arirang è un'opera estrema: un testamento come uomo e come autore. Una pesante pietra tombale sulla cinematografia passata di Kim Ki-duk. Distaccandosi da ciò che è venuto prima, il regista riesce a segnare un nuovo punto di partenza nella sua vita e nella sua carriera. La morte del vecchio Kim, il suo doppio malvagio, colui che spara a quelli che lo hanno tradito, segna la rinascita di questo regista tanto amato dal pubblico occidentale. Arirang è un ritorno alle origini, un film grezzo, che presenta sullo schermo solo Kim Ki-duk: attore, regista, montatore e produttore, in una sorta di One-man Show dell'anima. La pellicola - e attraverso di essa, il cinema - si trasforma nel mezzo prediletto per liberare l'uomo dal peso del mondo di cui si è fatto carico. Un uomo, Kim Ki-duk, che più di tutti ha fatto della sua vita un film.

7.5

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