Recensione Argo

Ben Affleck tra spionaggio e omaggi alla Settima arte

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Prima vi è stato Gone baby gone (2007), lungometraggio tratto dal romanzo di Dennis Lehane che, incentrato sulle indagini legate all'improvvisa sparizione di una bambina di quattro anni, gli consentì di aggiudicarsi il premio per il miglior esordiente della National Board of Review e il Breakthrough Director of the Year Award all'Hollywood Film Festival; poi fu il turno di The town (2010), nel quale ricoprì anche il ruolo di protagonista nei panni del capo di una banda di rapinatori di Boston che finiva per innamorarsi di una donna presa in ostaggio.
Basandosi sull'articolo di Joshuan Bearman The great escape, comparso nel 2007 sul magazine Wired, e su un estratto di The master of disguise del massimo esperto di "esfiltrazione" della CIA Antonio"Tony"Mendez, il californiano classe 1972 Ben Affleck torna dietro la macchina da presa per raccontare su celluloide l'assurda azione segreta tra la vita e la morte intrapresa all'inizio degli Anni Ottanta per liberare sei cittadini statunitensi durante la crisi degli ostaggi in Iran. Un'azione di cui lo stesso Mendez ricorda: "Era un gioco senza regole, quindi, estremamente rischioso. La cosa più pericolosa riguardava l'imprevedibilità delle persone che stavamo cercando di aggirare. Non potevamo sapere cosa sarebbe successo se fossimo stati catturati... né a noi, né a chi era già tenuto in ostaggio".

E’ successo a Hollywood...

E, nel corso delle circa due ore di visione, è proprio l'interprete di Daredevil (2003) a concedere anima e corpo a Mendez, che, amico del famoso truccatore John Chambers, immensamente incarnato da John Goodman, escogita un piano geniale per portare in salvo i sei di cui sopra, riusciti a fuggire ed a trovare rifugio presso la casa dell'Ambasciatore del Canada Ken Taylor alias Victor"Titanic"Garber il 4 Novembre del 1979, quando un gruppo di militanti ha fatto incursione nell'Ambasciata USA a Theran, durante la rivoluzione iraniana, ottenendo cinquantadue ostaggi.
Piano che prevede che essi fingano di essere una troupe cinematografica canadese impegnata in un sopralluogo per le location di Argo, grande film di fantascienza annunciato dalla Studio Six Productions e che, tra navi spaziali, azione e creature extraterrestri, si dovrebbe ambientare su un lontano pianeta disabitato.
Man mano che fa la sua entrata in scena anche il produttore Lester Siegel, il quale, con le fattezze del vincitore del premio Oscar Alan Arkin, in realtà è un personaggio immaginario volto a sintetizzare una varietà di individui, dai finanziatori incontrati dallo sceneggiatore Chris Terrio ai guru leggendari del cinema, che hanno contribuito alla grandezza di Hollywood grazie alla loro esperienza e sagacia.

Vero come la finzione

Perché, al di là dell'aspetto politico che si trova alla base dell'intera operazione, sono proprio i momenti che tirano in ballo Goodman e Arkin a rientrare tra i più riusciti; per merito, in particolar modo, della sapientemente gestita ironia mescolata a dovere con il gusto per il simpatico citazionismo cinefilo.
Infatti, mentre il ricco cast annovera anche il Christopher Denham di Shutter island (2010) e la Clea DuVall di Fantasmi da Marte (2001), si sguazza tra omaggi alle saghe di Star wars e Il pianeta delle scimmie ed apparizioni di veterani del calibro di Michael"La Bibbia"Parks e della Adrienne Barbeau non poco nota ai fan dell'horror perché presente, tra l'altro, in Creepshow (1982) e Due occhi diabolici (1990).
Per non parlare del fatto che gli spettatori maggiormente preparati in fatto di exploitation legata alla Settima arte non potranno fare a meno di notare, affisse su determinate pareti, le locandine originali di veri e propri cult quali Kobra (1973) di Bernard L. Kowalski e La vendetta di Gwangi (1969) di Jim O'Connolly.
Tutti elementi che, uniti alla scelta di far introdurre il tutto dal logo che Warner Bros usava negli anni Settanta, testimoniano non poco quanto la terza prova registica affleckiana voglia rappresentare un vero e proprio atto d'amore nei confronti dell'universo che ha provveduto a dare fama e successo all'attore-regista.
Atto d'amore che richiama e ricostruisce maniacalmente l'atmosfera del decennio dell'amministrazione Carter partendo da una tipologia di spettacolo non lontana da quella in cui rientrano i lavori spionistici di Robert Radford, ma che, probabilmente grazie al plot decisamente fuori dagli schemi, viene sviluppato in maniera tale da risultare tutt'altro che distante dai film di Joe Dante e dalle produzioni non fantastiche dirette da Steven Spielberg.
Con dialoghi azzeccati e tensione onnipresente, per merito, soprattutto, dell'ottimo montaggio a firma di William Goldenberg.
Fino alla serrata sequenza pre-finale che si svolge in aeroporto.

Argo Dopo Gone baby gone (2007) e The town (2010), Ben Affleck torna dietro la macchina da presa per trasferire su celluloide - sotto la produzione di George Clooney - l’assurda azione segreta tra la vita e la morte che, ai tempi della presidenza Carter, vide coinvolti sia Hollywood che la CIA al fine di liberare sei cittadini statunitensi durante la crisi degli ostaggi in Iran. Quindi, se la sua opera precedente ricordava non poco il bel cinema d’inizio XXI secolo di Clint Eastwood, questa non può fare a meno di assumere i connotati di un tanto interessante quanto ben costruito ibrido tra i film spionistici di Robert Redford e certe originali storie permeate di humour cui ci hanno abituati cineasti del calibro di Joe Dante e Steven Spielberg. Riconfermando le notevoli doti registiche del protagonista di To the wonder (2012), che, supportato da un eccellente cast tecnico-artistico, riesce in questo caso a regalare allo spettatore un coinvolgente thriller politico dietro le cui immagini non si cela neppure tanto un vero e proprio atto d’amore rivolto al magico, folle universo della Settima arte.

7.5

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