Recensione Amour

La Palma d'Oro 2012 va alla riflessione di Haneke sull'amore

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Palma d’Oro al Festival di Cannes 2012, la seconda di Haneke dopo quella per Il nastro bianco nel 2009, Amour è un film senza giri di parole, diretto ed esplicito, presentandosi dunque in aperta controtendenza rispetto a molti titoli in competizione a Cannes quest’anno, rigonfi di metafore e simbolismi che li fanno apparire quasi ermetici. Ciò che questo film vuole trattare, invece, non è un mistero: la tematica, l’amore, palesata fin dal titolo, in uno script che fonde vita e morte svincolandoli dei significati cui sono convenzionalmente associati. Come se non bastasse, il plot stesso comincia col finale, mostrando Anne (Emmanuele Riva, che avrebbe meritato il riconoscimento come miglior interpretazione femminile) sul suo letto, defunta e circondata di fiori. In uscita dal cinema, mentre mi apprestavo ad entrare a The Hunt di T. Vinterberg, un inglese dietro di me parlottava concitatamente col suo amico, affermando come, a sua detta, Amour fosse notevolmente superiore a Million Dollar Baby. Forse i due lungometraggi sono un po’ troppo diversi, eppure da questo commento si comprende la traccia mentale che il film disegna negli spettatori: quella di un amore puro e incondizionato, che sia coniugale e di una vita intera in Amour, o un amore alternativo tra padre e figlia di informale adozione in Million Dollar Baby, fino a una forma di liberazione.

DI TUTTI E DI NESSUNO

Protagonisti del film sono Georges (Jean-Louis Trintignant) ed Anne (Emmanuele Riva), ottantenni francesi appassionati di musica classica, pianoforte in particolare. L’apertura su Anne già deceduta, oltre a svelare immediatamente il finale, ammonisce lo spettatore su quale deve essere il target della sua attenzione: il rapporto tra la coppia, l’amore messo a dura prova dal cruciale incontro con l’ultimo atto. Dopo l’incipit-ending si apre un sipario ed è uno dei migliori momenti del film: il punto di vista è dal palcoscenico al pubblico. In breve, vediamo la platea gremita alzarsi in piedi ed applaudire garbatamente. Ma se ciò che si trova sul palco è l’occhio cinematografico col quale noi guardiamo al pubblico, allora la platea sta applaudendo lo stesso Haneke regista, il film, o più in generale il cinema come mezzo espressivo che può farsi portatore di temi così delicati. Un brusco passaggio e siamo in autobus, con un pensoso Trintignant a scrutare fuori dai finestrini. Poi ci spostiamo nell’ampio appartamento dell’anziana coppia, d’ora in poi unica claustrofobica location del film. Comincerà di punto in bianco il percorso degenerativo di Anne, con la paralisi degli arti inferiori, quindi di una mano, mentre anche il cervello comincia a regredire. Un cataclisma senile comparso all’improvviso, poi sempre più rapido e inesorabile. Georges reagisce con estrema premura, affiancando alla moglie medici e badanti, soddisfacendo le sue richieste e cercando di renderle la vita il più semplice possibile. Il loro rapporto viene messo alla prova da un momento fatale nella vita delle persone, quando la vecchiaia avvia un processo di regressione e la vita comincia a scivolare via. Un momento difficile a cui i cari e i parenti assistono impotenti, una fase che tutti hanno visto nel corso della vita, ma che nessuno è realmente in grado di immaginare nella complessità di chi ne è il soggetto.

QUELLA DELICATEZZA NEL TOCCO...

Indubbia la capacità di camaleontico adeguamento di Haneke, di genere in genere, coi film (intelligenti e mai banali) che ha tra le mani. Autore versatile capace di reinventarsi, si trova a una vera prova del nove con questo film: più un tema risulta delicato e cruciale, maggiore è il rischio di essere scontati, retorici o non accuratamente profondi. D’altra parte, è un precario equilibrio in cui non si può nemmeno eccedere nell’eccessiva introspezione, pena psicologismi che neanche Freud estrarrebbe dal cappello. È anche in questi momenti che si può riconoscere la grandezza di un regista o, più in generale, di un autore. Haneke è molto bravo nel non trasgredire i confini e nel mantenere una regia discreta, silenziosa e rispettosa, senza tuttavia rinunciare a quell’impronta tipica di chi sa fare cinema, con una camera presa a danzare fluidamente lungo i diversi locali dell’appartamento, con tale naturalezza che talvolta si ha quasi l’impressione di essere di fronte a una realtà o a un’improvvisazione, coi mezzi registici al servizio di un happening. Si mette nero su bianco, le parole arrivano nude e crude: Anne che chiede al suo allievo-pianista di un tempo di non discutere ulteriormente della sua malattia dimostra che non si ha paura di dire con schiettezza ciò che in tanti film, pudicamente, si omette. La sofferenza di Anne è un lancinante grido silenzioso che resta dentro, e che solo vagamente si affaccia poi dagli occhi, dal viso, dalle mani.

PATIOR ERGO SUM

La naturalezza con cui una sequela di eventi muove il personaggio di Georges, impersonato da un abile Trintignant, conferisce alla vicenda un carattere naturalistico. Scena emblematica, per l’appunto, è quando Georges riesce a catturare un piccione dopo alcuni tentativi. Lo accarezza, lo coccola, poi lo libera: è uno dei pochi passaggi metaforici del film, ma è così naturale e discreto da non pesare sulla visione. E palesa in pochi, semplici gesti dinamici (giusto per rispettare un cinema che parla col proprio linguaggio iconico e non verbale), la visione sottesa a tutto il film: vita, morte e amore si mischiano, e la scelta, difficile ma contestabile, su quale possa essere l’esito migliore, la liberazione da un logorante tormento. In questo quadretto si inseriscono il pianista Alexandre e la figlia Eve, ambedue musicisti legati ad Anne da un viscerale rapporto affettivo. La musica è uno degli elementi che serpeggia come sottotesto in tutto il film, la sua grandezza nonostante l’assenza di un ancoraggio fisico pare ricollegarsi all’idea della degenerazione dei corpi e al piccione libero di volare. La figlia Eve è anche un galleggiante dell’evolversi della situazione: da affermata musicista costretta a lunghi viaggi all’estero, i suoi improvvisi ritorni fanno esplodere l’impotente isterismo di chi soffre il dolore dei propri cari ma non è calato nella quotidianità delle loro cure. Proprio il confronto di Eve col padre sarà lo spunto per uno sfogo di Georges circa lo stato di Anne e l’ostile confusione intorno alla decisione da prendere. In oltre due ore di lungometraggio, non molto coinvolgenti ma neanche pesanti, Trintignant e la Riva si dimostrano formidabili attori, sul cui sfondo funziona bene anche la Huppert. Se accorciato leggermente, il film probabilmente ne risentirebbe in positivo, ma potrebbe perdere la forza inerziale ed estenuante con cui trascina questa gravosa parentesi temporale.

Amour Nonostante la pellicola sia indubbiamente meritevole, a parere di chi scrive la Palma d’Oro (anche alla luce della recente premiazione del precedente film di Haneke) è eccessiva, mettendo oltretutto fuori gioco la possibilità di un premio per Emanuelle Riva (il film premiato con la Palma non può ottenere ulteriori riconoscimenti). Sarebbe stato più opportuno un premio della giuria. L’inflessione morettiana nell’assegnazione della Palma ad “Amour” è marcatamente visibile. Si tratta ad ogni modo di un film di notevole spessore, che richiama in parte, seppur in maniera differente, le tematiche della Palma 2011: “The tree of life”. Quando avremo la possibilità di vedere premiati a Cannes film in direzione di “Drive” e “Lawless”?

7

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