Venezia 72

Recensione Amarcord

Alla mostra del Cinema di Venezia la versione restaurata del capolavoro nostalgico e per molti versi autobiografico di Federico Fellini, popolato di personaggi e situazioni entrate nella storia.

recensione Amarcord
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Sono pochi i film il cui valore intrinseco entra nella memoria nazionalpopolare al punto di generare a partire proprio dal titolo neologismi veri e propri. Come nel caso di Amarcord (il termine, contrazione del dialetto romagnolo, ha in seguito assunto il significato che tutti conosciamo), opera fluviale diretta da Federico Fellini nel 1973 e vincitrice di decine di riconoscimenti in giro per il mondo, Oscar per miglior film straniero incluso. Con un cast di stelle e stelline, caratteristi di lusso e bellezze immortali, il maestro riminese crea una narrazione ricchissima che si muove sul sottile confine tra grottesco e poesia raccontandoci lo scorrere di un anno in un piccolo borgo di Rimini, popolato da varia umanità.

L'orgia dell'esistenza

Sarebbe troppo semplificativo deporre un resoconto della trama principale, quanto il racconto è denso di storie che si intrecciano tra di loro con una trascinante alchimia di dolcezza e amarezza, sempre catturando al pieno il controverso fascino di quel periodo storico. Siamo infatti nel biennio 1932 - 33, in unItalia sotto il regime fascista, e Fellini non si dimentica di lanciare stoccate a tal riguardo con rappresentazioni caricaturalmente critiche nei confronti dei soldati di Mussolini. Ma la politica ciò nonostante rimane soltanto uno dei mille temi trattati nelle due ore di visione: caleidoscopio di situazioni e personaggi dal sapore nostalgico, Amarcord è un compendio dalle ispirazioni autobiografiche che racchiude tutte le influenze felliniane, mescolando quelle figure sopra le righe a lui tanto amate alla tranquillità di quel piccolo borgo romagnolo, teatro di amore e follia, vita e morte. Nella rappresentazione di adolescenze difficili, con un nugolo di adolescenti problematici che hanno a capo narrativo il Titta di Bruno Zanin, vero e proprio centro focale dell'opera (insieme alla sua problematica famiglia), nelle quali si riscontrano amori non corrisposti, sogni difficili da esaudire nel luogo natio e desideri erotici tipici dell'età, il regista ritrova il suo passato. Ma i personaggi memorabili si susseguono senza sosta sin dall'inizio, e se la Gradisca della recentemente scomparsa Magali Noël è entrata nei sogni di intere generazioni di uomini e ragazzi, è impossibile dimenticare lo zio matto di Ciccio Ingrassia, protagonista di una sequenza entrata nella storia quale quella dell'arrampicata sull'albero al grido di "Voglio una donna!". La scuola gestita da preside e insegnanti che nei loro diversi e improbabili approcci rimembrano colleghi realmente esistenti, la chiesa dove le confessioni vengono costrette dall'ambiente familiare, la piazza centrale luogo di festa e di ritrovo nel quale l'intero microcosmo del borgo si ritrova in più occasioni. Si ride con un sapore malinconico e non privo di quell'arguzia tipica di Tonino Guerra, co-autore della densissima sceneggiatura nella quale tutti, pur di età e luoghi assai diversi, possono ritrovarsi subito in un'atmosfera paradossalmente familiare.

Amarcord Sequenze e battute che sono entrate nell'immaginario comune, incluso quello del web (e che molti non sanno ebbero origine qui) costellano l'infinito universo popolare di Amarcord, opera omnia della nostalgia firmata con toni elegiaci e rimandi autobiografici dal maestro Fellini. Una commedia della vita, con le sue gioie e i suoi dolori, che è attraversata da una miriade di personaggi indimenticabili, chi più chi meno, nei quali è semplice identificarsi in un gioco del ricordo malinconico e guizzante che arriva dritto al cuore della memoria.

9

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