Cannes 2015

Recensione Al di là delle montagne

Dopo il Leone d'Oro a Still Life, Jia Zhang-Ke torna a raccontare la situazione della Cina in Al di là delle montagne, mettendola in parallelo alla vita di una moderna famiglia cinese, attraversandone tre momenti diversi e significativi.

recensione Al di là delle montagne
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Il 1999 era l'anno dei maglioni a righe, dell'americanità imperante, dei Pet Shop Boys che riempivano le sale da ballo con la loro Go West, dando alla Cina l'illusione di una globalizzazione ancora agli albori ma destinata a scoppiare da un momento all'altro. Il 1999 è anche l'anno in cui Liangzi e Zhang vivono la loro giovinezza da ragazzotti spensierati, i primi lavoretti, la prima macchina ed il primo amore per Tao, la ragazza più bella della città a cui piace farsi corteggiare, rimanere sempre un po' in bilico tra i due. È l'anno della giovinezza e della risolutezza, che Jia Zhang-Ke stringe in un formato quadrato che ricorda le vecchie televisioni a tubo catodico, un po' come la fotografia e le inquadrature, relegate ad un ventennio che ormai guardiamo con il nostalgico ricordo di una speranza ormai perduta.
Quella speranza è già persa nel 2015, quando il regista Jia Zhang-Ke allarga il formato della sua immagine ed abbandona i maglioni a righe in favore dei tailleur di Tao, che alla fine ha scelto Liangzi e ci ha fatto un figlio - che lo speranzoso giovane ha chiamato Dollar, in omaggio ad un capitalismo in cui investe tutto se stesso insieme al suo lavoro, la sua famiglia ed un trasferimento improvviso in Australia. Intanto Zhang, deciso a lasciare la città dopo il fidanzamento della sua Tao con lo storico rivale, guadagna fuori dal paese una moglie, un figlio ed un tumore ai polmoni da curare con dei soldi che non ha, e che lo costringe a tornare di nuovo giusto in tempo per dare a Tao l'occasione di rimettere a posto almeno un tassello della sua vita. L'altro, il rapporto con il figlio, è legato ad un paio di chiavi che arrivano al ragazzo in dono prima del trasferimento, "Perché chiunque dovrebbe avere le chiavi della propria casa".
Nel 2025 l'immagine si allarga ancora, Dollar ha ormai un'età da college ma ha dimenticato la sua lingua. "Tu sei mio padre, ma tuo figlio è Google Translate", rinfaccia ad un disilluso Liangzi che all'occidentalità ha regalato perfino il nome: ora si fa chiamare Paul, eppure rimpiange il suo paese e farfuglia in mezzo ad una rabbia costante il suo risentimento per una libertà in cui ha creduto ma che in occidente non ha mai trovato, senza avere il coraggio di ammettere che ha sbagliato tutto.

Il racconto di una Cina che cambia ad una velocità insostenibile, attraverso le speranze, le illusioni ed i dolori di una famiglia qualunque.

Dopo il Leone d'Oro nel 2006 con Still Life, Jia Zhang-Ke continua a raccontare la sua Cina ed il suo percorso di evoluzione con uno straordinario equilibrio, l'unica cosa che gli permette probabilmente di continuare a fare film in un paese in cui l'oscurantismo non consente una grande libertà di espressione. Eppure è una fortuna che riesca a farlo, perché in Al di là delle montagne c'è tutto il suo amore per un paese che sta correndo troppo veloce per poter essere raggiunto perfino dai suoi stessi abitanti. Con una narrazione tripartita che racconta nascita, infanzia e adolescenza di Dollar - enfatizzata anche dall'utilizzo di tre formati diversi e tre stili estetici per ogni parte - il regista si muove a salti di dieci anni e così facendo enfatizza quel movimento. Eppure, nonostante gli stereo con CD diventino iPhone che a loro volta diventano nuovi ultrasottilissimi tablet del futuro, la canzone è sempre la stessa, suonata in modi diversi ma comunque espressione di una continuità emotiva che spinge Dollar di nuovo verso sua madre e le sue origini. Jia Zhang-Ke riesce a raccontare questa andata e ritorno verso il capitalismo in modo delicato, intimo, quasi paterno. A colpire di più è forse la terza parte conclusiva, in cui a fare più male è la perdita linguistica e la conseguente barriera che si crea con il padre, che costringe i due protagonisti a comunicare tramite intermediari e a rappresentare la disillusione da una parte e la speranza dall'altra, destinati a non incontrarsi mai. Per fortuna c'è il finale a lasciarci un po' di speranza, grazie ad un momento di nostalgica magia che grazie ad un nome e ad una musica riporta tutto al suo posto.

Al di là delle montagne Dopo Still Life il cineasta cinese Jia Zhang-Ke decide di creare un film metonimia, che attraverso la vita di una famiglia con i suoi amori, le sue speranze, le sue paure e le sue disillusioni si spinge a raccontare la situazione della Cina: un paese che si muove alla velocità della luce e rischia di perdere fin troppo facilmente le sue radici e, quindi, la sua stessa identità, proprio come il protagonista Dollar dimentica la sua lingua madre una volta trasferitosi in occidente. Shan He Gu Ren è un documento interessante e pieno di dettagli, profondamente consapevole e sicuramente meritevole di riconoscimento all'interno del Concorso del 68° Festival di Cannes.

7.5

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