Recensione Adieu au Langage

Jean-Luc Godard rompe e de-costruisce il linguaggio (cinematografico e non solo) che oggi conosciamo e comprendiamo

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Adieu au langage del maestro francese Jean-Luc Godard si conferma esattamente come ciò che promette di essere sin dal titolo, un addio appassionato e nostalgico, scanzonato e beffardo alle convenzioni linguistiche (cinematografiche e non solo) che oggi noi tutti seguiamo e (in qualche modo) siamo in grado di decifrare, decodificare. Giunto alla veneranda età di 83 anni e dopo aver attraversato i fasti di una carriera indelebilmente legata alla Nouvelle Vague - ma non solo, consacrato attori del calibro di Anna Karina, Jean-Paul Belmondo, Jean-Pierre Léaud, Michel Piccoli, aver rivoluzionato e superato ogni volta le convenzioni cinematografiche diffusamente accettate, Godard mette in piedi un lavoro che è al tempo stesso di massima prossimità e totale cesura con il Cinema. Natura e Metafora sono i due capitoli riproposti e sviscerati in ogni possibile direzione di senso che Adieu Au Langage pone al centro di questo rapsodico pastiche sulle forme di linguaggio interrotte, scoordinate, sovrapposte, indecifrabili. L'appiglio narrativo di base è quello di una coppia di amanti giunti (quasi) al bivio dell'incomunicabilità, spogliati di senso (non solo metaforicamente nel loro mostrarsi alla camera quasi sempre nudi) dove l'uso delle parole nella loro convenzione di significato perde di valore e peso, rendendo le conversazioni non più un flusso ordinato di pensieri ma voci in fuga in ogni angolo; proiettando altresì i due interlocutori in mondi distanti di lemmi che assumono significati lontani, laddove non diametralmente opposti. E infatti quando lei parla di uguaglianza alludendo all'accezione politica del termine, lui riflette (e si cimenta) sull'atto del defecare e sulla sua capacità (unica) di omologazione della specie umana. Immagini sfocate, sovraesposte o nitide di una natura avvolgente si mischiano così a frammenti di politica, cinema, letteratura (appaiono in un contesto bucolico ottocentesco perfino le sagome di Lord Byron e Mary Shelley - anch'ella creatrice di un'opera rivoluzionaria come Frankenstein); tutti elementi che vanno a scuotere, rivoluzionare lo stato di crisi di questa coppia, infine osservata anche dalla prospettiva di un terzo elemento neutrale (un cane) che col suo sguardo profondo e con il suo amore totale e disinteressato ("un cane è l'unico essere su questa terra che ti ama più di quanto non ami se stesso" ci dice Godard citando Darwin) cristallizza e sublima la malinconia dell'amore che resta all'interno del caos disordinato di elementi che ne fanno da sfondo.

Questo è il mio cinema

Riadattando per l'occasione il titolo di uno dei più celebri lavori dello stesso Godard (Questa è la mia vita), "Questo è il mio cinema" sembra quasi riassumere la volontà e la consapevolezza del regista francese di tracciare qui il suo personalissimo discorso su ciò che è (o che resta) del suo cinema e del cinema in generale. Partendo da questo assunto, Adieu Au Langage - nel suo uso (in certi frangenti) addirittura fastidioso del 3D e profondamente provocatorio di una narrazione che procede per giustapposizioni di linguaggi, registri, idee - rifugge qualsiasi possibilità di catalogazione o critica che sia degna di tale nome. Si tratta infatti di un'opera che ingaggia con lo spettatore una ‘lotta comunicativa' del tutto personale, e che dunque assumerà per ciascuno una definizione più o meno chiara di epifania o rifiuto, illuminazione o non-senso, a seconda dei casi. Un film in cui l'acume, la genialità di Godard si camuffano di ‘altro', ottenendo infine il risultato sperato di destabilizzare lo spettatore, il quale annaspa, perennemente in bilico tra la voglia di comprendere - e la difficoltà di farlo - i contenuti che corrono sfuggenti davanti ai suoi occhi. Un processo mentale che (in ogni caso e senza dubbio) viaggia in favore del maestro, la cui ‘ingombranza' del nome e dello status artistico ci spingono a metterci in discussione lungo tutto il tragitto dell'opera, attraversati dalla sottile frustrazione di non essere (forse) all'altezza di afferrare appieno (ma solo in parte, con presunta inesattezza e a momenti alterni) la complessità di un linguaggio che si pone (o) come nuova frontiera della comunicazione o (più semplicemente) come la dissacrante, liberatoria risata al mondo di un grandissimo regista attraverso il mezzo che lo ha consacrato come tale.

Adieu au Langage Jean-Luc Godard realizza con il suo ultimo film Adieu Au Langage - presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes - un’opera doppia, beffarda, enigmatica che come la Monna Lisa assume un sorriso cangiante a seconda della prospettiva dalla quale lo si guarda. Costruito attorno all’assunto di una raggiunta incomunicabilità di coppia, Adie Au Language si diverte a giocare con il linguaggio, decostruendolo e segmentandolo in ogni direzione per darci modo di metterci in discussione, lambiccarci, ingaggiare una lotta comunicativa con il film e con noi stessi per trovare un senso che fatichiamo ad afferrare per la peculiarità dell'opera dell'essere relativizzata all’ennesima potenza. Qualcosa a metà strada tra il genio e lo sberleffo che (infine) risiede non tanto nella capacità dell’opera di comunicare (o non comunicare) ma quanto nella capacità del suo deus ex machina di creare qualcosa di così esuberante, rivoluzionario, che si posiziona al di là di ogni giudizio che il nostro linguaggio formale riesce a conferire.

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