Recensione A Royal Weekend

Giugno 1939: il Re inglese è in visita a New York presso il presidente Roosevelt. E' un momento storico.

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

A due anni dal successo de Il discorso del re (Tom Hooper, 2010), Oscar al miglior film nel 2011, sbarca nelle sale un nuovo film con Re Giorgio VI del Regno Unito fra i suoi protagonisti. Il film, sceneggiato da Richard Nelson (al suo primo vero lungometraggio, se escludiamo una riduzione del ’93) e diretto da Roger Michell (regista di radici sudafricane, già alla regia di Notting Hill e Il buongiorno del mattino), ha debuttato al festival di Telluride in Colorado, cui è seguita una lunga tournée perlopiù statunitense, ma con incursioni anche in Canada (Toronto), Regno Unito (Brighton) e negli Emirati Arabi Uniti (Dubai). Curioso osservare che questo film, una produzione britannica incentrato sul rapporto tra i reali inglesi e la Casa Bianca americana, ha trascorso quasi interamente il semestre di debutto sfilando esclusivamente in sale inglesi e (soprattutto) americane, oltre al limitrofo Canada. Per quanto interessante sulla carta, il film si rivela in ultima analisi mal concertato e sostanzialmente deludente, incapace di restituire le emozioni o la qualità di altri film storico-biografici inglesi degli ultimi anni, dal già citato film di Hooper a The Iron Lady.

HYDE PARK

Giugno 1939. Re Giorgio VI d’Inghilterra, meglio conosciuto con il soprannome di Bertie, e sua moglie, la regina Elizabeth Bowes-Lyon (Olivia Colman), fanno visita al Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt (Bill Murray), e a sua moglie (e cugina) Eleanor Roosevelt (Olivia Williams), presso la tenuta di Hyde Park. E’ la prima visita di un monarca britannico negli Stati Uniti e avviene in un momento delicato, nelle imminenze della dichiarazione di guerra alla Germania. L’efficace confronto tra il «re riluttante» Giorgio VI (ben interpretato da Samuel West) e il presidente Roosevelt resta sulla circonferenza di un ellisse che si costruisce attorno a due fuochi: da una parte, il rapporto d’amore fra il Presidente e la sua lontana cugina Margaret Suckley detta “Daisy” (una Laura Linney di scarso rilievo) alle spalle della moglie Eleanor, dall’altra i rapporti tra due potenze da sempre connesse a doppio filo, cogliendo il pretesto della visita dei Reali a New York per un commento, talora schivo e tra le righe, talora incisivo e tagliente, sul delicato contesto storico-politico: i rapporti esteri, la guerra imminente, il potere, la difficoltà del regnare.

REGNO UNITO E STATI UNITI

Impastato di una intricata maglia di rimandi intertestuali in cui il film trova terreno fertile per germinare e stolonizzare, a partire dalle ripetute trasposizioni su schermo di re Giorgio VI (non solo nel Discorso del Re, con cui si rende inevitabile il confronto con l’ottima performance di Colin Firth, ma anche nel recentissimo W.E. di Madonna, in cui è interpretato da Laurence Fox) e in un anno in cui cinematografia britannica e statunitense sembrano tornare a esplorare la loro storia per una più lucida riflessione sul presente, passando dal già citato The Iron Lady per arrivare al recente Lincoln, ultima fatica di Spielberg a breve anche nelle sale italiane, per poi uscire dal contesto meramente cinematografico e riconnettersi al panorama contemporaneo, quello britannico della crisi, delle rivolte del 2011 e delle Olimpiadi del 2012, e quello statunitense dell’Occupy Wall Street. Non può non colpire un ultimo ed evidente richiamo: sembra che i giubilei (ossia gli anni di regno) della regina Elisabetta II abbiano sempre coinciso con fenomeni cinematografici singolari. Il giubileo d’argento (25 anni di regno), nel 1977, diede “innesco” al Jubilee di Derek Jarman, pellicola tra le più trasgressive e citazioniste (e così evidentemente legata ad Arancia meccanica di Kubrick), permeata di riferimenti alla subcultura punk e impostata come un grande flashforward sulla contemporaneità (gli anni Settanta) così come poteva essere immaginata dalla regina Elisabetta I (XVI secolo), assurgendo in tal modo a disincantato e cinico commento dai toni avvelenati, critica ai costumi e in qualche modo addirittura prefiguratore delle cruente rivolte degli anni Ottanta (sotto la Tatcher, e qua il circolo si richiude tornando a The Iron Lady). Nel 2012 si festeggia il Giubileo di diamante (60 anni di regno) ed esce nelle sale un film come A Royal Weekend (in lingua originale è Hyde Park on Hudson), sintomatico di un momento cruciale: la crisi economica e forse crisi della cultura, i confini internazionali e i rapporti esteri. E se il confronto Giorgio VI-Roosevelt (West-Murray) è efficace ed intrigante, soprattutto per l’impatto di Murray nonostante un ruolo insolito per lui, e il contrasto derivante dallo scarto caratteriale con il Reale inglese, divenendo momento non solo per sugellare un nuovo piano di accordi tra Inghilterra e States, è anche occasione per discorsi espliciti e manifestazioni implicite sul potere, richiamando alle redini narrative nuclei e fraseggi tipici della narratologia inglese, ammiccando a tanta cinematografia di Joseph Losey. Ma la materia predominante in termini d’intreccio è il rapporto di Roosevelt con l’amante Daisy, a metà tra la Little White House di Warm Springs e la tenuta di Hyde Park. Una relazione con la “quinta delle sei cugine” del Presidente, alle spalle della moglie Eleanor, cugina a sua volta. Sembra quasi che questo valzer tra i salotti della politica e momenti di inclinazione più melodrammatica-epistolare non sia casuale, ma anzi voglia alludere alle perenni contaminazioni politico-sentimentali, e forse essere anche una velata frecciatina ai grandi disegni dei governi attraverso il ricorso a espedienti di relazioni clandestine. Non sorprende comunque che, nonostante la preminenza di Murray e West, le vere protagoniste del film siano femminili: Linney come l’amante Daisy, la Williams nei panni della moglie Eleanor, Olivia Colman perfetta a impersonare la regina Elizabeth Bowes-Lyon d’Inghilterra, Elizabeth Marvel come Marguerite “Missy” LeHand, segretaria di Roosevelt e sua amante.

A Royal Weekend Nonostante gli ottimi spunti, non si può riconoscere al film di Michell di aver fatto centro. La scrittura del film è banale e non coglie le potenzialità dell’intreccio; ad eccezione del salottino tra i due leader, il resto del film risulta quasi monotono. La regia di Michell non contribuisce in meglio: per quanto discreta ed elegante, e con alcuni momenti in cui il movimento di macchina è efficace e si offre un patetismo interessante, non riesce a far decollare i momenti di struggimento melodrammatico (leggasi: le figure femminili che ruotano attorno al presidente Roosevelt), finendo per affossare ulteriormente ciò che una scrittura già poco incisiva faticava a mettere in luce.

5.5

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