A Heavy Heart, la recensione del dramma pugilistico Recensione

In A Heavy Heart un ex pugile di mezz'età si trova di fronte al più difficile degli incontri quando gli viene diagnosticata una malattia terminale.

recensione A Heavy Heart, la recensione del dramma pugilistico
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Con l'uscita in sala di Bleed - Più forte del destino quale occasione è più adatta per recuperare pellicole a tema pugilistico disponibili su Netflix? Sulla popolare piattaforma di streaming sono presenti diversi titoli tra cui il qui oggetto di recensione A Heavy Heart, film che sfrutta il mondo della boxe per aprire diversi spunti di riflessione più socialmente ed eticamente profondi. La trama vede infatti per protagonista il pugile di mezz'età Herbert, promessa mancata in gioventù, che ora si trova ad allenare un giovane prossimo al suo primo incontro. Herbert, che si dà da fare anche come strozzino per un piccolo boss locale, ha una relazione con la coetanea Sandra e ha come unico amico fraterno un tatuatore con il quale condivide il sogno di fare un viaggio on the road negli Stati Uniti. Sogno che però sembra destinato ad infrangersi quando all'uomo viene diagnosticata la SLA; prima della fine Herbert cercherà allora di riallacciare i rapporti con la figlia Sandra con cui non si sente da molti anni.

L'ultimo round

Nella prima parte, la più riuscita, A Heavy Heart sembra la versione tedesca di The Wrestler (2008) ambientata non nel mondo del wrestling ma in quello del pugilato. Anche la camera che segue costantemente da dietro gli spostamenti del protagonista pare omaggiare il film di Darren Aronosfky, in un ritratto dolente (con tanto di malinconica colonna sonora d'accompagnamento) che prende via sin dai primi minuti quando il protagonista è vittima di dolorosi crampi che fanno presagire il peggio. La sceneggiatura opta inizialmente per uno sguardo comunque battagliero, con tanto di primo incontro sostenuto dall'allievo di Herbert, riuscendo a conciliare efficacemente le due anime del racconto in divenire. Nella seconda metà però la narrazione si incanala su bivi furbescamente ricattatori, veicoli per emozioni facili che arrivano si a colpire nell'emotività ma risultano al contempo eccessivamente forzati in un'escalation strappalacrime, con tanto di relazione da recuperare con la figlia abbandonata in gioventù a speziare ulteriormente la tesa carica drammatica della vicenda. Thomas Stuber, al suo secondo lungometraggio dopo l'inedito Teenage Angst (2008) ha il merito di speziare un racconto destinato alla tragedia con scelte stilistiche non banali e la sontuosa performance del protagonista Peter Kurth riesce a infondere toccante umanità a una figura complessa pronta ad affrontare l'ultimo, e più difficile, incontro.

A Heavy Heart Una sorta di The Wrestler (2008) ambientato nel mondo della boxe: A Heavy Heart ricorda in più passaggi narrativi e stilistici il film con protagonista Mickey Rourke ma nell'ultima parte si perde in eccessi drammatici sì toccanti ma palesemente ricattatori. La tragedia personale di un lottatore nato, pronto alla più difficile delle battaglie, è messa in scena in maniera più che dignitosa grazie soprattutto alla magistrale performance di Peter Kurth, abilissimo nello sfumare una figura complessa in cerca di redenzione prima dell'inevitabile fine.

6

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