Intervista Venuto al mondo

Penelope Cruz, Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini e il resto del cast presentano Venuto al mondo

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In occasione dell'anteprima stampa romana di Venuto al mondo, Penelope Cruz, Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini (insieme al resto del cast e ai rappresentanti della Medusa film) hanno parlato di come nasce e si sviluppa il progetto di Venuto al mondo nella sua transizione da libro a film. Il film, diretto da Sergio Castellitto e realizzato in coproduzione con la Spagna, uscirà l'8 novembre in circa 350 copie.

Penelope Cruz, cosa la attraeva di questo ruolo? Perché ha scelto di far parte del cast?
Cruz: Avevo letto il libro e mi sono subito innamorata del personaggio di Gemma, così come del resto della storia, a quel punto ho sentito la necessità di intraprendere il viaggio nei panni di questa figura di donna così complessa e sfaccettata. È una sensazione di immediata empatia quella che ho provato entrambe le volte leggendo i libri di Margaret, e sono rimasta davvero contenta del fatto che il film riesca a tirar fuori tutta l'essenza del libro.

Questa è la sua seconda esperienza qui in Italia con Castellitto. Il fatto di essere diventata madre recentemente ha cambiato qualcosa nel suo modo di affrontare il lavoro di attore?
Cruz: Io ho dato la mia disponibilità a fare il film due-tre anni prima dall'effettivo inizio delle riprese. E l'esperienza della maternità mi ha sicuramente fatto percepire con più forza ciò che manca a Gemma, quale sia il grave disagio esistenziale che si nasconde dietro al fatto di non poter diventare madre, pur volendolo con tutte le proprie forze.

Margaret, Sergio, come è stato passare dal libro al film e come avete lavorato insieme?
Mazzantini: In generale gli scrittori non sono mai contenti delle riduzioni, perché come dice la parola stessa in quel processo si perde qualcosa; a volte si è costretti a uccider la storia per percorrere dei sentieri laterali. In questo caso, però, è stato diverso perché io e Sergio siamo una coppia nella vita e nel lavoro, per cui siamo abituati a lavorare insieme e ognuno di noi sa perfettamente il percorso compiuto dall'altro. Fortunatamente abbiamo la stessa visione del mondo, e avendo di fronte una storia che si poteva scavare su più fronti, ci siamo impegnati a mantenere l'ossatura di base e lavorare su quella. È stato un lavoro molto complesso perché il film attraversa diversi periodi e diversi luoghi geografici, ma abbiamo anche avuto la fortuna di ritrovare Penelope (che per noi è come una di famiglia) con la sua carnalità e sensualità che hanno sicuramente nutrito il film. E in effetti secondo me sono state proprio le contraddizioni, come quella di avere un'attrice così passionale in un ruolo tutto sommato algido, a rendere il personaggio più interessante. Abbiamo girato a distanza di pochi mesi dall'esperienza di maternità di Penelope, e questo ha trasmesso molta più umanità ed emozione al film intero.
Castellitto: è stata un'avventura umana dato che ognuno ha messo qualcosa della propria vita in questo lavoro. Questo viaggio è iniziato quando Margaret aspettava nostro figlio Pietro e ha sentito la necessità di raccontare l'essenza dell'attesa nel sopruso della guerra. Dopo dieci anni è nato il libro Venuto al mondo, una storia che oppone all'orrore un bellissimo racconto d'amore.

Castellitto lei parla di verità che vanno cercate. Lei, nel percorso di realizzazione di questo film, ha scoperto qualche verità?
Forse la verità non va mai svelta completamente, e questo film è la classica storia di sommersi e salvati. Ad esempio nel film parliamo di un ragazzo di vent'anni (Pietro) che rappresenta i ragazzi del dopoguerra. È una storia di orrore così recente da vivere nell'esistenza di un ventenne. In una situazione come quella di Pietro forse è proprio l'omissione di una verità così brutale a salvarlo. Io ho cercato di mettere semplicemente in scena qualcosa che mi emozionava, gli archetipi dei rapporti umani (come l'amore, l'odio, la nascita, la morte), e mi rendo conto che in questo ho cercato di realizzare un film molto ambizioso.

Adnan Haskovic, Saadet Aksoy, per voi che esperienza è stata?
Adnan Haskovic: quella raccontata da Margaret nel suo libro è una bellissima storia d'amore con il sottofondo della guerra, e io mi sono sentito particolarmente privilegiato ad avere un ruolo così bello. Quando ho letto la storia ho avuto subito l'impressione che si trattasse di una storia vera. Non voglio essere di parte, ma secondo me questo film è uno dei migliori film sulla storia della guerra in Bosnia. Si parla di esseri umani che lottano per la sopravvivenza e non solo di morte e devastazione. Inoltre sul set si era creata una bellissima atmosfera e lavorare con Penelope Cruz è stato sicuramente un grande privilegio.
Saadet Aksoy: Innanzitutto c'è da dire che i personaggi sono così ben scritti che non puoi fare a meno di entrare in empatia con loro. Per prepararmi ho pensato sempre al fatto che in Bosnia storie come questa sono realmente accadute. Mentre giravamo non sono stata mai in grado di tirarmi fuori dalla storia, era impossibile per me non pensare alla verità che questo film racchiudeva. Aska e Gojko sono due persone comuni che vivono una vita semplice, e che hanno (come tutti) dei sogni e degli obiettivi. Ma poi la guerra irrompe e altera ogni equilibrio e loro sono costretti a ristabilire le priorità della loro vita in maniera davvero singolare.

Castellitto come è riuscito con una storia del genere a evitare che la dimensione della guerra inghiottisse quella umana?
Castellitto: Io ho semplicemente cercato di fare del Cinema, o almeno quello che penso dovrebbe essere il Cinema, e secondo me in questo caso era necessario passare attraverso una forte messa in scena e una forte teatralità. Lo stesso cinegiornalismo ci ha guidati ad avere un gusto per l'immagine di cronaca di un certo tipo. E, secondo me, ogni scena in questo film è depositaria di un'evoluzione interiore: nascita, morte, animalità, perdita. Sta poi all'intelligenza emotiva del pubblico il compito di bypassare tutte le analisi di contesto e portare a casa con sé qualcosa della propria vita, della propria interiorità.
Cruz: Il mio è un ruolo di sicuro politicamente non corretto, ma quando io interpreto un personaggio non devo condividerne le idee ma semplicemente capire le necessità che spingono questo personaggio a comportarsi in un determinato modo. All'interno del film secondo me la scena che meglio incarna il senso del film e della situazione di Gemma, è quando lei confessa alla psicologa di volere un figlio perché questi rappresenterebbe un ‘lucchetto di carne' tra lei e l'uomo che ama. In quella frase ci sono la gran parte delle risposte legate al personaggio di Gemma, una donna che non ha paura di esprimere ciò che prova, e che ha avuto una vita complessa dove le è successo davvero di tutto, e che riuscirà nonostante la macchia di dolore che si porta dietro, a sopravvivere.

Pietro come è stata questa esperienza, e soprattutto lavorare a fianco dei tuoi genitori?
Pietro Castellitto: Il primo giorno delle riprese mi sentivo come il primo giorno delle elementari, poi l'insicurezza ha lasciato il passo alla necessità di portare a termine questo impegno, che significava consacrare il sodalizio umano e artistico dei miei genitori. Poi, vederli tornare a casa e sfiorare la separazione, mi ha fatto capire ancora meglio l'importanza di questo progetto. La cosa singolare è stata che ho letto il libro non prima dell'inizio delle riprese ma strada facendo, così ho scoperto la verità di Pietro assieme al mio personaggio e forse questo mi ha aiutato ancora di più ad interpretarlo.
Sergio Castellitto: Beh io in effetti sul set ero sempre particolarmente severo. Però devo dire che come i migliori attori, Pietro ha avuto spesso la capacità di sorprendermi evitando di fare ciò che gli chiedevo ma facendo di testa sua. Questo, ho scoperto in fase di montaggio, mi ha fatto scoprire una serie di piccole cose in più, una sorta di regali che l'attore esperto di solito ti fa, e sono rimasto colpito molto positivamente.
Pietro: La verità è che papà non era severo, ma disperato. (Risate).

Castellitto come ha usato le musiche all'interno del film?
Sergio Castellitto: Uno dei bisturi da sempre usati al cinema è quello del melodramma. Si tratta di un modo per tagliare le ferite e far spurgare suoni e luci. Ho utilizzato vari tipi di musica, da quelle più classiche alla musica pop/rock che inquadrava meglio il periodo storico, cercando di comporre un'equilibrata partitura di suoni, luci, parole. Questo perché credo che la parte emotivamente epica vada sostenuta anche a livello sonoro.

Mazzantini
: Voglio concludere dicendo che al di là di ciò che (infine) riuscirà a raggiungere le persone (che è senza dubbio il risultato più importante), del film fa parte anche il viaggio importante e appassionante che noi tutti (attori e troupe) abbiamo compiuto per realizzare questo film. Questo è stato reso possibile dall'impegno e dalla serietà che hanno messo nel progetto tutte le persone che hanno partecipato, a tutte le quali va il mio sincero grazie.

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