Intervista Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Il grande regista svedese Roy Andersson ci spiega i retroscena del suo film da Leone d'Oro

intervista Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza
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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Come una coppia di Don Chisciotte e Sancho Panza dei nostri tempi, Sam e Jonathan, due venditori ambulanti di travestimenti e articoli per feste, ci accompagnano in un caleidoscopico viaggio attraverso il destino umano. Quello di Un Piccione Seduto su un Ramo Riflette sull'Esistenza è un percorso che svela la bellezza di singoli momenti, la meschinità di altri, l’ironia e la tragedia nascosti dentro di noi, la grandezza della vita, ma anche l’assoluta fragilità dell’umanità. Quello di Roy Andersson è un film molto particolare, che non poteva non attirare l'attenzione di tutti alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, dove ha conquistato l'ambito Leone d'Oro (potete leggere la nostra recensione a quest'indirizzo). In questa intervista, il regista svedese svela alcuni retroscena legati alla sua ultima opera e alla trilogia a cui appartiene, cominciata nel 2000 con Canzoni del secondo piano e proseguita, nel 2007, con You, the Living.

Da cosa sono legati i film della Trilogia e in cosa si differenziano?
Sono convinto che ogni film possa, e debba, essere visto sempre individualmente. All’interno di un solo film, ogni scena può essere vista separatamente. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza ha 39 scene e la mia ambizione è che ognuna di esse possa apportare una diversa esperienza artistica al pubblico. In generale la trilogia chiede agli spettatori di esaminare se stessi; chiedendo loro “Cosa stiamo facendo? Dove siamo diretti?”, intende generare riflessione e contemplazione in merito alla nostra esistenza con una dose abbondante di tragicommedia, lebenslust, ossia passione per la vita, e un rispetto fondamentale per l’esistenza umana.
La trilogia mostra un’umanità potenzialmente diretta verso l’apocalisse, ma dice anche che il risultato è nelle nostre mani. Canzoni dal secondo piano è intriso di Millenarismo, dalla scena del venditore che butta via i crocifissi, simboleggiando l’abbandono della compassione e dell’empatia, alla scena delle case che si muovono, che evoca la paura di crisi finanziarie cicliche, esse stesse apocalissi minori. I temi della colpa collettiva e della vulnerabilità umana sono centrali in questo film. You, The Living, ha rappresentato un avvicinamento coraggioso ai sogni, una transizione che ha aperto un’intera serie di nuove possibilità per me. Prima, i miei personaggi commentavano i propri sogni. Oggi in Un piccione..., le scene semplicemente assomigliano a sogni, senza alcuna ulteriore spiegazione. Questo film è anche più ironico rispetto agli altri due, e il tono preponderante è quello della lebenslust, anche se i personaggi sono tristi e soffrono molto.

Fascinazioni artistiche

Cosa ha significato il passaggio dal 35mm al digitale per la lavorazione?
Quando si invecchia, spesso è difficile cambiare il proprio metodo di lavoro, ma questa volta non è stato così. Vedo questo cambiamento, quello verso le riprese in digitale, in maniera molto positiva. Sono contento di aver imparato a utilizzare questo metodo, con l’aiuto dei miei straordinari collaboratori, naturalmente. Nella pratica mi ha permesso di poter utilizzare più facilmente i campi lunghi. Prima ero più concentrato sull’idea di mettere a fuoco lo sfondo e preoccupato da essa. Sono un sostenitore della profondità di campo e con le telecamere digitali è diventato possibile ottenere definizione a ogni distanza, penso sia una cosa fantastica.

La sua regia si ispira ai pittori, da quelli rinascimentali alla Neue Sachlichkeit, conosciuta anche come Nuova Oggettività, fino a Edward Hopper. Quali pittori sono stati più importanti per questo nuovo film?
Direi Otto Dix e Georg Scholz, i due artisti tedeschi le cui innovazioni artistiche sono state ispirate dalle loro esperienze nella Prima Guerra Mondiale. Le loro visioni del mondo, incrinate dalla guerra, colpiscono in un modo che sento molto vicino, senza che io abbia mai preso parte a una guerra. Quando ero giovane, il realismo era l’unica cosa che mi interessava.
Tutto il resto era semplicemente strano (o meglio, borghese), ma col tempo sono stato sempre più affascinato dall’arte astratta, a partire dal simbolismo, dall’espressionismo, e dalla Neue Sachlichkeit. È molto più interessante di una pura rappresentazione naturalistica.
Oggi trovo quasi noiose le rappresentazioni naturalistiche, mentre l’interpretazione personale dell’espressione astratta è straordinaria, e Van Gogh ne è il maestro. È in grado di dipingere tre corvi che volano su un campo di grano e di convincere lo spettatore di non aver mai visto una cosa simile. È una specie di “super-realismo”, un obiettivo che ambisco a raggiungere con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, in cui l’astrazione è condensata, purificata e semplificata. Le scene ne dovrebbero emergere ripulite, come ricordi e sogni. Sì, non si tratta di un compito facile: è difficile essere facile, ma ci proverò.

Trova triste il fatto che i registi contemporanei non traggano più ispirazione dalla pittura?
Lo trovo molto deprimente. È per questo, forse, che il cinema di oggi è così fiacco e poco interessante. Le immagini sono così povere. E questo è, a sua volta, dovuto all’economia: non c’è né il tempo né il denaro per essere più scrupolosi. Questo considerato, mi sembra molto triste che siano così pochi i registi di oggi pronti a curare gli elementi visuali della regia, anche se questo richiede tempo e denaro. Mi ci sono voluti quattro anni di lavoro a tempo pieno per completare questo film.

Venditori

Sembra nutrire un affetto particolare per i venditori: i protagonisti dei suoi film vendono crocifissi, frigoriferi e, in questo nuovo film, degli oggetti per far ridere la gente. È una specie di autoritratto?
In un certo modo, questo deriva dalla mia infanzia, da membri della famiglia che vendevano cose. Ma essere un venditore è così universale, è quasi un sinonimo della vita. La vendita e la pubblicità, si potrebbe dire, sono i fondamenti di una società civilizzata. Io stesso sono un venditore, e tutti noi lo siamo. Dobbiamo promuovere noi stessi e comunicare tramite le nostre cose e le nostre idee.

Come le è venuta l’idea di far vivere i due venditori in un albergo di pessima categoria?
L’hotel è una conseguenza diretta del mio trascorso a Göteborg. Il posto in cui sono cresciuto oggi è una bettola, e purtroppo mio fratello, che fa uso di droghe da molto tempo, è finito lì. Quindi conosco bene la vita in quell’ambiente. In senso più ampio, questi compagni sono modellati direttamente sulla letteratura: Don Chisciotte e Sancho Panza<7i>, Uomini e Topi di John Steinbeck e come non citare, dalla storia del cinema Stanlio e Ollio, anch’essi una fonte di ispirazione per Beckett. Gli uomini nel film sono una versione di Stanlio e Ollio. Uno di loro è un po’ tronfio, mentre l’altro non è molto sveglio; è un po’ più triste e piange facilmente. Sono stato molto ispirato da queste coppie maschili della storia culturale.

La trilogia ora è terminata. Questo è anche l’ultimo film che possiamo aspettarci da Roy Andersson?
No, in realtà sto già lavorando a un nuovo film. Sarà ancora più feroce, con ancora più fascino e richiamo. Anche Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è così, ma il prossimo sarà ancora più spregiudicato. Non abbandonerò mai il probabile e il possibile. La mia regia deve essere connessa a una certa praticità, una specie di realismo stilizzato.

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