Intervista Tomas Milian

Il nostro incontro con il mitico 'Monnezza' dello schermo

intervista Tomas Milian
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Cubano classe 1932, ha appena festeggiato 82 anni ed è convinto del fatto che per essere bravi nel mestiere dell'attore bisogna essere autentici, non recitare, perché recitare significa ingannare.
Dopo alcune apparizioni televisive, il debutto di Tomás Milián sul grande schermo avvenne in Italia alla fine degli anni Cinquanta, quando Mauro Bolognini lo diresse prima ne La notte brava, poi ne Il bell'Antonio.
Francesco Maselli, Alberto Lattuada, Nanni Loy, Florestano Vancini, Sergio Corbucci, Renato Castellani, Valerio Zurlini, Sergio Sollima, Carlo Lizzani, Lucio Fulci, Giulio Petroni, Pasquale Festa Campanile, Alberto De Martino e Liliana Cavani sono soltanto alcuni dei nomi legati alla cinematografia nostrana che hanno avuto modo di dirigerlo prima di acquisire la fama regalatagli dal filone poliziottesco, al quale venne iniziato prima da Stelvio Massi in Squadra volante, poi da Umberto Lenzi nel violentissimo Milano odia: La polizia non può sparare.
Lo stesso Lenzi insieme a cui creò, affiancato anche dallo sceneggiatore Dardano Sacchetti, il personaggio del rozzo ladruncolo romano Sergio Marazzi, meglio conosciuto come Monnezza e che, apparso per la prima volta ne Il trucido e lo sbirro, ritiene il personaggio che maggiormente ha gradito interpretare nel corso della sua carriera.

Ricordando gli esordi

Perché, ospite presso l'edizione 2014 del Festival internazionale del Film di Roma, dove gli è stato anche consegnato il Marc'Aurelio Acting Award alla carriera, è proprio grazie a colui che ha poi trasformato in maresciallo Giraldi con l'appoggio di Bruno Corbucci che Tomás Milián ha potuto godere, tra gli anni Settanta e ottanta, di non poca popolarità nello stivale più famoso del globo, trasformandosi in vera e propria icona della produzione di genere nostrana che fu.
Come raccontato ai giornalisti durante la kermesse, una popolarità raggiunta soltanto molti anni dopo aver deciso di fare l'attore, in quanto ha spiegato: "La mia famiglia era alto borghese, aveva un sacco di soldi e faceva parte dell'alta società, ma a me ciò non piaceva, non ero felice in quell'ambiente ed assunsi un atteggiamento ribelle nei confronti di tutto ciò che lo riguardava. Quando vidi al cinema La valle dell'Eden, mi identificai con il personaggio di James Dean che aveva problemi con il padre, il quale non gli voleva bene ma amava al fratello, proprio come successe a me. Il mio problema con mio padre, però, era molto più profondo, avevo paura di lui, non lo amavo, era un militare, uno dell'esercito che mi dava ordini con il bastone. Rispetto la sua anima, ma era una specie di mostro".
Un padre che, a quanto pare, una sera del 31 Dicembre, quando il mitico Tomás aveva solo dodici anni, si rivolse al figlio dicendogli: "Tommy, sei già un uomo, io sono molto stanco e voglio che tu cominci ad occuparti di tua madre e della tua sorellina", per poi togliersi la vita mezz'ora dopo.
"Aprii la porta e lo trovai sul letto vestito da ufficiale, con gli occhiali scuri e sembrava che guardasse me, invece si diede una pistolettata nel cuore" ha continuato Milián, "rimasi shockato ma non piansi, ebbi come una sensazione di liberazione, uguale a quella che prova un popolo che elimina un dittatore. Quella sera fui protagonista del mio film, de La valle dell'inferno, altro che La valle dell'Eden".

Una botta di Cu...ba!

"Comunque, mi ero deciso di lasciare Cuba perché volevo andare in America a fare l'attore in grande ed essere accettato all'Actors studio di New York, frequentato da Marlon Brando, Montgomery Clift, James Dean e Paul Newman e dove, non a caso, oltre a Strasberg insegnava Elia Kazan, regista de La valle dell'Eden; quindi, andai a dirlo a mia zia, donna molto ricca, colta ed intellettuale sposata con il preside dell'università dell'Havana, e che, addirittura, era una protettrice di Fidel Castro. Io non mi interessavo di politica, non sapevo chi erano i comunisti e neppure i fascisti, anche se poi mi resi conto del fatto che ero un piccolo fascista senza saperlo, perché possedevo una macchina moderna e tanti lussi; ero uno stronzo. Mia zia mi disse ‘Tommy, che personaggio vai a fare al cinema? Il ragazzino della società che si alza all'una del pomeriggio, che ha la macchina ultimo modello e che va a prendere la tintarella, a fare il bagno al Country club? Sai che film noioso? Se vuoi fare il cinema, devi sapere cose che non conosci, ovvero cosa deve fare un uomo comune per portare a tavola il pranzo ogni giorno'. Mi iscrissi all'Actors studio, dove ogni anno si presentano tremila attori americani, e scelsi di presentarmi con il dramma Home of the brave di Arthur Laurents, nel quale c'era un personaggio che diventa paralitico durante la guerra perché il suo compagno di trincea viene ammazzato; ed io abbinai questa mancanza di protezione a ciò che accadde con mio padre".
E la vittoria dell'audizione rappresentò soltanto l'inizio della storia professionale di colui che, pur essendosi trasferito da molti anni negli Stati Uniti, dove ha avuto modo di lavorare con autori del calibro di Oliver Stone, Steven Soderbergh e Steven Spielberg, non ha potuto fare a meno di concludere la conferenza con: "Questo mio ritorno a Roma rappresenta la mia resurrezione".