Intervista Sàmara: Massimo D'orzi

La parola a Massimo D'orzi, regista di Sàmara, suo primo lungometraggio di finzione: il cineasta ci parla della genesi del film e delle ispirazioni alla base del progetto filmico.

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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

“Sàmara è una fantasia: il viaggio di tre personaggi, a loro modo originali - artisti di strada - che cercano di arrivare in una città mitica dove vorrebbero realizzarsi come artisti e come esseri umani. Sàmara rappresenta anche il luogo della ricerca, delle scoperte, delle crisi...
Attraverso questo film, noi cerchiamo di realizzare un sogno: creare delle immagini necessarie, dei personaggi che s’impongono sulla scena, che si formano davanti ai nostri occhi e ci obbligano ad accoglierli immediatamente. Questo costringe noi stessi, oltre che gli attori, ad un lavoro 'diverso'. A cercare fili invisibili che li legano al personaggio che essi interpretano, e all’immagine che cercano di esprimere nel rapporto con gli altri personaggi che si affacciano nel racconto. Molti autori mi vengono in mente: Pirandello, Calvino, i racconti medievali, Borges, Tarkovskij, Antonioni, Kurosawa, Picasso, Matisse, Goya, H. Miller. Suggestioni, sensazioni che compaiono alla fine di una giornata di un regista, nelle sere di un pittore, nelle notti di uno scrittore, nei silenzi di un musicista. Il nostro film inscena questa ricerca, questa idea, questa conoscenza: si sviluppa senza una storia scritta precedentemente, ma segue il 'corso naturale' delle cose; e il cinema che si riappropria delle sue origini, della sua essenza di 'arte di strada', inventando e improvvisando emozioni fugaci che lasciano il segno...
Scie luminose di stelle cadenti.”
Massimo D’orzi

Sàmara è il tuo primo lungometraggio di finzione: ci parli della sua genesi? Com'è nato il film?
È difficile ricostruire da parte di un autore la genesi di un film o di un’opera in generale. Molte strade portano a Sàmara. Dopo Adisa o La storia dei mille anni, girato nel 2004, volevo realizzare un film liberamente ispirato a Il Violinista di Melville, un brevissimo racconto che narra di un violinista geniale, ormai non piu giovanissimo, che ha deciso di ritirarsi dalle scene all’apice del successo, e di un giornalista ambizioso e pieno di se che entra in crisi di fronte a questo artista solitario. Il mio adattamento aveva trasposto la storia nella Firenze dei nostri giorni; il giornalista era diventato un giovane scrittore ambizioso e già piuttosto conosciuto, il violinista in un regista di successo che aveva deciso di continuare la sua ricerca nel cinema in modo piuttosto radicale. Fra i due una giovane e affascinante studentessa giocava un ruolo molto importante. Tutto questo sullo sfondo della Firenze blindata del 2003 in occasione del Social Forum Europeo. Beh, non so com’è andata esattamente, ma dopo molte promesse anche produttive e di fondi regionali, non se n’è fatto più niente, ed il film è rimasto un sogno nel cassetto. Sàmara nasce come reazione a quella censura, al tentativo di impedirmi di realizzare un film di cui ormai tutta la città di Firenze parlava perché era sui giornali, nelle radio, i provini erano pubblici, cosi come la ricerca delle locations. Ebbene, quando realizzai che Senza sapere - questo il working title del progetto - non si sarebbe fatto, rileggendo Il Barone rampante di Calvino vi trovai la chiave per un altro film che sarebbe poi diventato Sàmara. Del Barone è rimasto solo lo sfondo, il vagare per i boschi e il radicale rifiuto di una normalità mortale, ma il personaggio di Luis è agli antipodi di Cosimo Piovasco di Rondo, non ha la sua genialità. Luis è un saltimbanco ma non sa fare niente, ed è in cerca di una città in cui realizzarsi come artista, ma in realtà gli manca l’arte. E non solo. Luis parte con una solitudine ed un’astrattezza quasi eterea, ed è solo nell’incontro con Rosita che le cose per lui cominciano a cambiare. Altra cosa che potrebbe accomunarlo al Barone rampante è la struttura narrativa, da racconto medievale, il viaggio a episodi, con continui incontri ed avventure da parte del protagonista.

Cosa puoi dirci sulla scelta degli attori?
Sono innamorato dei personaggi di questo film, degli attori e delle attrici che lo interpretano. Tutti, dal primo all’ultimo. Nonostante si tratti di un film low budget (ma direi meglio Love Budget) la scelta degli attori è stata molto accurata. A parte Filippo Trojano - che già conoscevo e con il quale praticamente il film è nato e si è sviluppato artisticamente, e che ha condiviso dall’inizio arrivando perfino a partecipare alla produzione - gli altri li ho cercati ad uno ad uno con lunghi provini e ricerche. Avevo scoperto il piccolo e bravissimo Morito (Denis Bejzaku) a Firenze, ed è stato un affetto e una simpatia che ancora mi porto dentro; a Firenze avevo incontrato anche il Mago Roberto (Jean Francois Fardulli, mago di professione); per il Bruno avevo bisogno di una figura forte, un volto importante, quindi la partecipazione di Marco Baliani è stata straordinaria; la poetessa persiana Jale Tasir Nafas, è un’amica realmente iraniana, di professione fa l’architetto, ma il suo lavoro di attrice nel film è degno di nota; le tre streghe (Marta Baldassin, Lucia Rossi e Maria Concetta Liotta) riescono in modo diverso a rappresentare qualcosa di non manierato, bozzettistico, riuscendo sempre quando sono in scena a dare forma a qualcosa che è nella mente del protagonista: la scena in cui recitano insieme avvinghiando il protagonista è un esempio di arte drammatica; poi la bella sorpresa del gruppo Konkoba di musicisti africani; per la bionda di città cercavo una donna bella e austera, ma che fosse in grado di esprimere un’inaspettata morbidezza. Irina Vaganova è un'attrice russa che vive in Italia da anni ma ha una formazione circense, ed era perfetta nella parte. Infine Rosita (Federica Pulvirenti), lungamente cercata - ho provinato quasi mille attrici - l’ho trovata a Catania, dove frequentava l’Accademia teatrale. Cercavo un volto di ragazza non comune, un volto non datato, di una bellezza diversa e capace di lavorare in profondità. Penso che Federica ne esca benissimo. Non saprei cosa aggiungere, ma per un film come Sàmara , la credibilità e la bravura degli attori gioca un ruolo fondamentale per un lavoro che si tiene su una trama cosi esile e inverosimile.

La storia si presenta sotto forma di metafora: può essere considerato una sorta di romanzo di formazione?
Non amo parlare di metafore e simbolismi nei miei lavori, ma è certo che il film è pieno di significati, pieno di rimandi e allusioni, al presente ma anche al cinema, alla pittura, alla letteratura... Che si tratti di un film/romanzo di formazione mi piace molto, e in effetti è cosi. Mi piace del personaggio di Luis il fatto che dice di essere un artista ma in realtà non lo è, quindi usa questa sua ipotetica arte come scudo per non entrare nel mondo, ma ancor peggio per non entrare nei rapporti, che vive spesso come dei fantasmi. Mi piace pensare che Sàmara attacchi anche l’idea
dell’artista-narcisista, vuoto, freddo e senza rapporto con la realtà e gli altri esseri umani -purtroppo il nostro mondo è pieno di artisti cosi- per cui è nella relazione con Rosita che qualcosa di quest’assetto va in crisi, ed in effetti anche nel film Luis, se così possiamo dire, da quel momento inizia un altro viaggio. Mi emoziona come immagine vederli insieme, Luis, Rosita e Morito: sono belli da vedere perché realizzano qualcosa solo per il fatto di stare insieme. L’immagine della tela è la rappresentazione di questa loro realizzazione, al di là di Sàmara, che sembra piuttosto una paranoia del solo Luis, a cui gli altri due non credono. Infatti non lo seguiranno.

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