Intervista Romanzo di una strage - Conferenza stampa per le scuole

Marco Tullio Giordana spiega alle scolaresche il suo ultimo film

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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Avvertiamo una particolare e importante tendenza, nell'ultimo cinema italiano, che speriamo prosegua, ovvero il ritorno al cosiddetto 'cinema sociale', che tramite la narrativizzazione di importanti temi o fatti di cronica contemporanei (in)forma l'opinione pubblica e solleva domande, rimarcando elementi storici che è giusto e doveroso attenzionare, senza che scivolino via dalla memoria collettiva come se nulla fosse stato.
L'Italia ha una ricca tradizione in merito, poi affossata nel marasma di commedie, commediole e drammi personali. Ultimamente, però, notiamo un rinnovato interesse di addetti ai lavori (e, di riflesso, di pubblico e critica) verso quel cinema che tratta la realtà dei fatti, affrontando a muso duro le pagine più drammatiche della nostra storia recente. Nel giro di poche settimane, abbiamo visto nelle sale italiane film feroci e indagatori come Diaz, ACAB e Romanzo di una strage. E proprio il film di Marco Tullio Giordana, vero specialista del genere (con all'attivo titoli come I cento passi e La meglio gioventù) è stato protagonista di uno specialissimo incontro con le scuole romane, avvenuto al cinema Quattro Fontane di Roma e straordinariamente importante dal punto di vista culturale. Perché film di questo genere non sono importanti sono agli adulti, per ricordare e discernere, ma anche e soprattutto alle nuove generazioni, che tramite essi possono scoprire, in maniera più accessibile e interessante rispetto ai classici testi scolastici, pagine importanti della nostra storia recente, che altrimenti rischiano di essere sconosciute ai più anche se si tratta di avvenimenti avvenuti solo pochi decenni fa.
Alla proiezione del film, dunque, è seguito un dibattito, a cui hanno partecipato il regista Marco Tullio Giordana, il produttore Riccardo Tozzi e parte del cast.

L'importanza di presentare il film alle nuove generazioni è subito rimarcata da Giordana:
“Nel fare il film ho pensato a una sala come questa, gremita di ragazzi nati dopo [i fatti narrati nel film], a cui i libri di scuola e forse nemmeno i genitori hanno raccontato nulla di ciò che avvenne. Questo m’interessava, raggiungere un pubblico senza pregiudizi, non ritrovare il ragazzo che ero io all’epoca, anche perché dentro mi sento ancora quello stesso diciannovenne”.
Film come Romanzo di una strage sono delicatissimi, poiché affrontando la Storia, e non il racconto fantastico, e per di più parlando di Storia recente, coinvolgono persone ancora in vita colpite in prima persona dagli eventi drammatici narrati sullo schermo. Le polemiche sull'eventuale faziosità, naturalmente, si sprecano, ma Giordana replica in maniera semplice:
“Il film ha scatenato un putiferio sui giornali, ma mi è sembrato soprattutto un regolamento di conti tra persone che hanno qualcosa in sospeso rispetto a questa Storia. Per voi [ragazzi] è diverso, ma siete comunque coinvolti perché siete nati dopo Piazza Fontana, in una società già profondamente ferita”.

Ma qual è il vero scopo del film?
“L’arte è una forma di conoscenza, come la scienza stessa, la scrittura o volendo anche un processo, e ha il diritto di esistere accanto a tutte le altre, non come una forma superiore ma come una possibilità. Quando un cineasta affronta un capitolo della nostra Storia come questo ha il dovere di dire qualcosa di netto, di preciso. Il film dunque è una proposta, spero che aiuti a formare una certa consapevolezza. Il cinema serve anche a questo, a riconoscere ciò che accade, in modo tale da potersi difendere da certi meccanismi che si ripetono”.
Giordana insiste sull'importanza della crescita sociale e culturale, sulle insidie della perdita di senso civile che si è abbattuta sull'Italia dopo i cosiddetti 'anni di piombo':
“L’Intelligenza anche quando mortificata, offesa, bisogna continuare a esercitarla. Il nostro Paese ormai è in mano al cinismo e alla malinconia, ma voi avete il diritto e il dovere di pretendere che le cose cambino, che non sia sempre tutto uguale. Avrei voglia di rivedere in voi l’Italia che è stata prima di Piazza Fontana, cioè un Pese pieno di voglia e di speranza verso la democrazia. Democrazia che oggi si è ancora più indebolita, perché è come se fosse stata sbiadita e sostituita da un disinteresse verso il proprio destino civile. Uno degli effetti di quell’evento fu proprio questo, ma ora ci sono anche nuovi strumenti, l’informazione si è molto allargata, per cui quelle coperture non sarebbero più possibili. Il potere vorrebbe che usaste Internet solo per svagarvi, mentre potrebbe essere uno straordinario mezzo di comunicazione e correlazione con gli altri”.

Riccardo Tozzi, produttore della pellicola, aggiunge senza mezzi termini:
“L’avvenimento ha segnato la nostra generazione, ma racconta anche cos’è l’Italia in modo non violento o di parte. Era un Paese sottoposto a quella che gli studiosi chiamano una doppia lealtà, quella verso la Costituzione antifascista e verso una Potenza anticomunista. Gli apparati dello Stato hanno mantenuto questa lealtà operando anche attraverso strumenti occulti e segreti, talvolta criminali, ma senza che lo si potesse ammettere pubblicamente. Il nostro è perciò un Paese che ha vissuto in maniera malata, senza neanche saperlo, e questa è una chiave che serve a leggere anche il presente”.
Importante, dunque, il veicolo emozionale per far arrivare al pubblico il senso della storia. Veicolo emozionale presente nei film ma raramente nei testi scolastici.
“La materia non era confusa, perché studiata in tutti i suoi dettagli, ma ora si sanno talmente tante cose che fanno fatica ad attaccarsi alla memoria, soprattutto quando non abbinate a un’emozione. Quindi ho voluto fare come i bravi professori che avevo quando ero a scuola, che mi hanno fatto amare i grandi scritti grazie alla loro passione. Ho tentato di realizzare un film che non fosse l’ennesima noiosa lezione di Storia, un po’ come tutte quelle che mi stanno impartendo sui giornali”.
Anche Francesco Gifuni, tra gli interpreti protagonisti della pellicola, ha da aggiungere qualcosa in merito alle controversie nate attorno ai fatti narrati nel film: “C’è il lavoro degli storici, dei giornalisti di inchiesta, dell’arte e del cinema, il lavoro della magistratura, e tutti hanno uno specifico. Cioè nascono da esigenze e svolgono funzioni diverse fra loro. Ma le rare volte che il cinema si accolla la responsabilità di raccontare una storia che ha a che fare col presente o col proprio passato prossimo, sembra che gli cadano addosso tutti gli altri lavori. Questo però non è giusto e di sicuro non vale per me, che da attore ho molto chiaro il lavoro che faccio e so qual è il mio compito”.

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