Intervista Paperman - John Kahrs

Intervista al Premio Oscar John Kahrs, regista di Paperman

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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Tra i protagonisti dell'ultima cerimonia degli Oscar c'è stato un film che ha colpito tutti i suoi spettatori e ha portato alla ribalta i corti animati, solitamente poco considerati da pubblico e critica nonostante tra le sue fila si innidino spesso piccoli capolavori e grandi talenti. Uno di questi è senza dubbio quello di John Kahrs, regista di Paperman e vincitore dell'Academy Award per la categoria dei cortometraggi d'animazione. Disney ci ha concesso la preziosa opportunità di intervistarlo, ancora fresco di premio: ecco cosa ci ha raccontato.

Salve Mr. Kahrs, è un grande piacere sentirla. Per cominciare, le congratulazioni per il recente Oscar sono d'obbligo, ma anche sincere: Paperman merita davvero. Da dove le è venuta l'idea per questo corto?
Il corto deriva dal periodo in cui ho vissuto a New York. Prendevo spesso i mezzi di trasporto pubblico e pensavo a quante volte ci si può imbattere in altre persone, stabilire delle connessioni, anche solo visive, che però svaniscono dopo pochi minuti. E ho pensato a due persone che avessero questo tipo di connessione per poi perderla: quanto sarebbe stato arduo, ma anche meraviglioso, per queste due persone, ricongiungersi?

Il corto è principalmente muto, dunque è la musica a sottolineare quel che succede e i sentimenti dei personaggi. Come ha lavorato su quest'aspetto? Come ha deciso quale fosse quella “giusta” per il suo film?
Penso che le musiche siano davvero importanti per far sì che le emozioni risaltino nella storia. Devo dire che siamo stati molto fortunati ad avere la possibilità che Christophe (Beck, ndr) lavorasse con noi al progetto. Il risultato finale mi ha estremamente soddisfatto. È riuscito a ricreare benissimo questa sensazione di essere trasportati via. Mi riporta a pensare ad alcuni dei più film di sempre, che non avevano dialoghi: solo musica, a sottolineare gli stati d'animo. Mi piaceva l'idea di realizzare un film trascinato dalla musica.

Avete realizzato gli storyboard seguendo la musica o, viceversa, è la musica a seguire quel che accade sullo schermo?
La musica è stata creata successivamente alla storia e agli storyboard. Una volta finiti questi, abbiamo cominciato a pensare a quale tipo di musica sarebbe stata la più adatta. Ci siamo consultati con Christophe, che era a Los Angeles in quel momento, e ci siamo trovati bene. Da quel momento ci siamo mossi in contemporanea per fare in modo che il tutto (immagini, suoni e musica) fosse estremamente sincronizzato. Ed è stato molto divertente!

Il cinema sta riscoprendo le sue origini, ultimamente, fatte di bianco e nero e solo accompagnamento musicale. C'è forse qualcosa che il cinema classico della prima metà del secolo scorso può vantare e i film moderni, così ricchi di effetti visivi, no?
Sì, direi che film come Vacanze Romane (il famoso film del '53 con Audrey Hepburn e Gregory Peck, ndr) o La vita è meravigliosa (il classico di Frank Capra del '46, ndr) sono film stupendi così come sono, e non hanno bisogno di effetti speciali per esserlo. Con Paperman ho inseguito questo modello, questo feeling: tuttavia non ho cercato di fare un film che sembrasse come quelli degli anni '50: volevo che fosse palese il suo essere un film contemporaneo. Non doveva sembrare un qualcosa rimasto in soffitta per trenta, quarant'anni.

Perché la scelta del bianco e nero?
Sono un grande appassionato di fotografia: avevo anche una camera oscura. Adoro il lavoro dei grandi fotografi in bianco e nero del passato, sia americani che europei. Credo che il bianco e nero sia un modo molto chiaro di proporsi, ha una qualità estetica direi “pura” che ammiro molto. Inoltre, se al b/n aggiungi un pizzico di colore, quel pizzico diventa quasi “magico” e trasmette al pubblico la sensazione che quel colore sia speciale (pensate a Schindler's List, ad esempio, ndr).

Qual è stata la parte più difficile nel mixare le tecniche di animazione classica con quelle in computer grafica?
Unire in maniera corretta e artistica il 2D e il 3D è stata una sfida epica. La parte più difficile è stata probabilmente il livello di dettaglio, le superfici, come queste vengono percepite dagli spettatori, rendendole nella maniera più naturale possibile. È tutta una questione di dettagli e di come renderli nel modo migliore. I dettagli non sono solo “dettagli”, diciamo! Ed è quello che amo nei lavori di Stanley Kubrick: nei suoi film i dettagli erano tantissimi e sempre straordinari. Ed è una cosa che rispetto molto.

Lei ha una grande esperienza nel campo. Qual è il futuro dell'animazione? Dopo un anno così fortunato come il 2012, possiamo sperare che il trend positivo continui?
Sì, credo siamo in un periodo davvero eccezionale per l'animazione: una sorta di nuova età dell'oro. Solo pochi anni fa, nello stesso tempo in cui usciva un Toy Story o un Monsters & co. uscivano al massimo un altro paio di film d'animazione, mentre ora ne escono anche più di una dozzina all'anno, e quando vedi tutto questo movimento puoi ritrovare cose davvero interessanti, perché non c'è il rischio che siano dozzinali. Per essere competitivi e distintivi, i realizzatori devono stare attenti a quello che fanno, prendersi dei rischi, decidere per bene cosa raccontare, in che modo e a quale target. Ad esempio un film come Rango è molto interessante, perché spinge un po' più in là i confini di cos'è l'animazione e a chi è destinata.

Si ringraziano Disney e Mr. Kahrs per la cortese collaborazione.

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