Intervista Nicolas Cage

A quanto pare, Nicolas Cage abbandona i cinecomics... almeno per ora: il Premio Oscar prende le distanze dalla passione per i fumetti e dai ruoli dei supereroi e ci riserva un po' di tempo per parlare della sua carriera!

intervista Nicolas Cage
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Alessandra De Tommasi Alessandra De Tommasi ha avuto il colpo di fulmine per la scrittura quando ha ricevuto in regalo una macchina da scrivere gialla giocattolo, ma funzionante, alla tenera età di 4 anni. L'argomento preferito? I telefilm, a cui ha dedicato (oltre a svariate notti insonni) la tesi di laurea e il saggio per diventare giornalista professionista. In due parole: serial addicted! Se volete, potete seguirla su Twitter!

Nicolas Cage abbandona i cine-comics... almeno per ora. Il Premio Oscar prende le distanze dalla passione per i fumetti e dai ruoli dei supereroi. Nel frattempo si concede un ritorno alle origini con il viaggio in Italia in occasione del Giffoni Film Festival, manifestazione cinematografica dedicata ai ragazzi che si svolge annualmente in provincia di Salerno. L’importanza delle radici, il senso della vita, gli errori commessi e un giudizio sui ruoli cult della carriera: gli argomenti su cui spazia sono diversissimi, eppure il tono resta sempre serio, soprattutto quando dice di preferire un incontro con i bambini di Giffoni Experience al Premio Oscar. Le priorità, insomma, sembrano diventate quelle del suo alter ego in “The family man” e viaggiano lontane anni luce dagli scintillii di Hollywood.
“Il modo giusto per vivere questo lavoro - parole sue - non riguarda i riconoscimenti della critica o le statuette ricevute, ma il prendere coscienza che l’arte ha davvero il ruolo di fermare il crimine. Insegnarla a scuola vuol dire fare un servizio alla comunità e offrire una valida alternativa alla droga o alla violenza”.

Quale consiglio darebbe, allora, ai ragazzi che cercano la loro strada nel cinema?
Tutto parte con un sogno e il mio consiglio non potrebbe essere più semplice di così: non lasciare mai che qualcuno lo uccida. Anche quando sei famoso trovi gente che ti butta giù per demolire i tuoi successi, ma non devi farci caso. La grande lezione di vita che ho imparato è proprio quella di non prendere mai troppo sul personale queste critiche.

Quanto contano le sue radici italiane nei valori che le sono stati insegnati?
Sono sempre stato molto affascinato dalle origini della mia famiglia e mi piace rendere omaggio alla cultura italiana di cui vado fiero, in tutti i suoi aspetti, dalla musica al cibo. E partecipo volentieri al Festival di Giffoni perché abbraccio pienamente la filosofia che promuove. Invitare qui ragazzi da tutto il mondo per insegnare loro che siamo tutti essere umani e possiamo condividere la stessa esperienza è fantastico. In questo modo le differenze vengono valorizzate prima che gli adulti mostrino loro l’odio verso gli altri.

Anche a lei piace viaggiare?
Il viaggio è un toccasana per l’anima. L’avventura ti permette non solo di visitare posti nuovi ma di fermarti lungo la strada e conoscere altre persone, ascoltare i loro racconti. La felicità per me ha questo sapore poetico.

Cosa ne pensa suo zio Francis Ford Coppola delle sue scelte?
Sono felice per tutti i Coppola e mi auguro che loro lo siano di me, anche se io ho gli occhi azzurri e loro no!

In passato collezionava fumetti. È ancora così?
Oramai non colleziono più niente. In vita mia ho letto moltissimi fumetti, da bambino ero un grandissimo fan, mentre adesso ho capito che mi piacevano perché veicolavano messaggi importanti di eroismo e offrivano modelli profondi per i ragazzi. I protagonisti dei comics incoraggiano la società ad essere migliore.

Possiamo aspettarci nuovi cine-comics?
No, per il momento non ho intenzione di tornare a lavorare in film legati ai supereroi, preferisco tornare alle pellicole indipendenti. Nel prossimo progetto, “The Frozen Ground”, ad esempio sono uno sbirro sulle tracce di un serial killer interpretato da John Cusack.

Si vedrebbe bene in un musical?
Canto solo quando sono solo perché mi rende felice. Se dovessi farlo per lavoro sarebbe diverso e ci terrei a farlo bene.

Che tipo di legame cerca con i suoi personaggi?
Li devo sentire su di me in modo che non debba recitare ma fare mia la sua storia, vederlo crescere e cambiare. Se mi sento intimidito o terrorizzato da un ruolo vuol dire che è tempo di accettarlo per cogliere la sfida. Uno dei momenti più delicati del racconto riguarda la morte del mio personaggio: in quei casi il mio obiettivo è renderlo memorabile, lasciarlo andare in maniere degna e attraverso piccoli dettagli che il pubblico possa ricordare sempre.

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