Intervista Le belve: Oliver Stone

Uno dei più grandi registi americani di sempre ci racconta la sua ultima opera

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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Voce importante del panorama registico statunitense, tre volte premio Oscar come regista e sceneggiatore, Oliver Stone non avrebbe bisogno di presentazioni: sono film come Platoon e Nato il quattro luglio a parlare per lui e per il suo impegno sociale, sempre presente nelle sue pellicole.
Stone torna ora al cinema con Le Belve, film dal ricchissimo cast e dall'intreccio thriller che ci porta nel bel mezzo di una lotta per il controllo del narcotraffico.
Lo abbiamo incontrato a Roma, e questo è il risultato del nostro scambio di battute.

Il film è tratto da un romanzo. Avete avuto difficoltà a riproporne la storia sullo schermo? Che libertà vi siete presi in proposito?
È sempre difficile scrivere sceneggiature, in particolare a partire da un romanzo restando fedeli all'opera originale. Non ci sono state scene più difficili delle altre, ma abbiamo dovuto tagliare molte cose o apportare dei cambiamenti: ad esempio nel libro le voci narranti erano sette, qui abbiamo semplificato usando solo quella del personaggio di Blake Lively. Un libro si legge nel tempo, ha un approccio e uno sviluppo differente, che ha più tempo per svilupparsi. Un film, in due ore ti deve raccontare tutta la storia.

E per questo, ha dovuto sacrificare delle scene nel montaggio finale?
Diverse. Ad esempio ce n'è una in cui Salma parla al telefono con Benicio confidandogli che vorrebbe andare a trovare la figlia, di cui sente la mancanza.

La lavorazione di un film è sempre un processo complicato, soprattutto per chi, come lei, partecipa a tutte le fasi della lavorazione... tra pre-produzione, lavorazione e post-produzione, quale fase preferisce?
Non è tanto una questione di scelta, amo quello che faccio ma essendo un processo devo farmi piacere tutto, sono tappe obbligatorie nel mio lavoro. E ogni mio film è come una guerra, possiamo dire.

Il film è ambientato al giorno d'oggi ma certe tematiche, come quella dell'amore libero e dell'uso di droga, fanno pensare agli anni sessanta...
Gli anni sessanta sono stati un periodo di straordinario progressismo, ma successivamente sono stati decisamente demonizzati dall'opinione pubblica e da certi politici, quando invece non c'era nulla di male in essi, anzi. Io non li ho potuti godere appieno, vista la mia partecipazione in Vietnam, e per questo motivo forse finisco sempre per riproporne un pezzetto nei miei film.
Demonizzare l'amore libero o certe “droghe” che aiutano ad aprire il cervello: quello è davvero dannoso. L'unico abuso è proprio quello del termine “droga” perché le vere droghe sono quelle sintetiche, mentre usarlo per piante a tutti gli effetti medicinali come la marijuana è sbagliato. Nessuno è mai morto per il consumo d'erba, a differenza dell'alcool o il tabacco, ma c'è chi è interessato a far pensare cosa è giusto e cosa è sbagliato per puro interesse economico e politico.

Il titolo originale del film è “Savages”, selvaggi. Lei parla spesso di “selvaggi” nei suoi film? Chi sono i veri selvaggi al giorno d'oggi?
C'è chi con la scusa di portare il progresso impone le proprie leggi, incattivendo le popolazioni invase “pacificamente”. Questo inasprisce i rapporti e incattivisce le persone, che diventano più “selvagge”. Ma i veri selvaggi stanno a Washington...mica in Afghanistan o in Iraq.

Questo è per lei un punto focale, di denuncia, vero?
Sì, è spesso al centro dei miei film e documentari. In "The untold history of the United States", il mio prossimo lavoro, parlerò proprio di questo, sarà forse il mio lavoro più grande. Dieci ore di documentario che mostrano come gli USA abbiano tradito la loro stessa essenza, diventando uno Stato basato sulla sicurezza nazionale portata avanti tramite il terrorismo psicologico. So già che verrà frainteso e strumentalizzato, ma credo fermamente in quello che racconto: è tutto vero e documentato.

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