Roma 2014

Intervista La spia - A most wanted man

Inevitabilmente ogni incontro su La Spia si trasforma in un omaggio a Philip Seymour Hoffman...

intervista La spia - A most wanted man
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Non era di certo questa l’idea originale, ma ormai è chiaro a tutti che La Spia - A Most Wanted Man è divenuto l’ultimo omaggio alle eccelse capacità interpretative di Philip Seymour Hoffman: un uomo che, nel bene e nel male, ha dato tutto se stesso al suo lavoro, rendendolo unico, un’ispirazione per tutti i talenti che hanno avuto la fortuna di recitare al suo fianco. Arrivati a Roma, Anton Corbijn e Willem Dafoe sanno già cosa aspettarsi: tutti vogliono sapere di lui, di com’è stato lavorarci insieme, delle ripercussioni che la sua morte ha avuto sul film e su loro stessi come persone. Dopotutto, il film stesso è stato presentato come tributo a Hoffman ed è a questa idea che tutti si aggrappano disperatamente vedendo La Spia - A Most Wanted Man. Non importa (o quasi) quanto il progetto rispecchi il racconto originale di John Le Carrè, svaniscono gli altri grandi nomi che fanno parte del cast, si affievolisce l’interesse dello spettatore per l’atipico ritmo narrativo... tutto scompare, perché tutto quello che vogliamo fare è ricordare, scovare quell’ultima informazione che ci permetterà di rendere più reale il suo passaggio nel mondo del cinema. Una cosa ammirevole, innegabilmente meritata, ma anche piuttosto ingiusta nei confronti del lavoro che Corbijn ha fatto sul film. Ma ormai è rassegnato all’eventualità che ogni chiacchierata su La Spia si riduca a una veglia continua per Hoffman e si vede: gentilissimo e pronto a fornire ogni tipo di sentimentale risposta, sia lui che Dafoe si accendono quando qualcuno finalmente svia il discorso su altro.

Lavorando e ricordando

Com’è stato rivedere La Spia - A Most Wanted Man dopo la scomparsa di Philip Seymour Hoffman? Soprattutto la scena finale, il modo in cui è chiuso il film, a questo punto assume una connotazione completamente diversa...
AC
: Sono stato molto contento che il film fosse già finito e completato in tutte le sue parti quando Philip è scomparso, altrimenti mi sarei ritrovato a prendere decisioni diverse in fase di montaggio. Ovviamente è stato molto difficile e il film, con la sua dipartita, ha assunto un peso che di certo non ci aspettavamo avesse e che soprattutto non volevamo avesse. Alcune persone hanno immediatamente tracciato dei paralleli tra la sua vita privata e la sua performance, che è stata assolutamente fantastica. E guardandola a posteriori si può notare una intensità di cui inizialmente non ci eravamo accorti.
WD: Io non ho più visto il film dopo la sua morte. L’ultima volta che l’ho visto ero con lui al Sundance. Ricorderò sempre di aver lavorato con lui e questi ricordi eclisseranno sempre il film.

Il film è ambientato ad Amburgo, una città bellissima che raramente viene usata come set per il cinema. Lei è un ottimo fotografo, come si è trovato a fotografare Amburgo?
AC
: Il film è ambientato ad Amburgo perché la storia è ambientata lì. Amburgo non viene usata spesso come ambientazione per un film, quindi qualsiasi luogo era bello perché era nuovo all’occhio dello spettatore. Non ci sono ricordi di altri film che risuonano nella mente dello spettatore. Per un regista questo è un dono eccezionale. Amburgo viene usata spesso per le serie televisive, ma per il cinema è un territorio vergine.

Come avete lavorato con Philip Seymour Hoffman sul suo personaggio? Lo avete costruito insieme?
AC
: Abbiamo parlato molto prima di iniziare le riprese, soprattutto sul tipo di lingua da utilizzare all’interno del film. Il protagonista è tedesco, ma alla fine abbiamo deciso di farlo parlare in inglese ma con l’accento tedesco. È importante che, essendoci diversi attori tedeschi, ci fosse un minimo di continuità. Per Philip, ma anche per Rachel e Willem, anche se la sua è una storia a parte, perché il suo personaggio può permettersi di parlare un inglese perfetto, essendo cresciuto in un collegio. Abbiamo visto Gunther come un uomo che era stato fregato un paio di volte nella vita, ma che continuava a credere nell’umanità. Ha le sue idee, che non tutti condividono, ma è una persona buona. È un personaggio assolutamente dedicato al lavoro, non islamofobo e con nessuna cura per se stesso. E tra l’altro l’accento è stato fondamentale nella preparazione al ruolo, perché era il primo ruolo europeo di Philip.

Nessuno meglio di un attore può capire un altro attore. Cosa c’era di eccezionale in Philip Seymour Hoffman?
WD
: Questo è un compito davvero difficile. Era un attore che ho sempre ammirato, uno dei rari casi che nasce in teatro, approda al cinema e poi ritorna in teatro. Aveva sempre tra le mani qualche progetto teatrale e in questo mi identifico molto. Ha cominciato con ruoli da caratterista, persone che ispirano simpatia, ruoli da vittima. Man mano ha acquisito quella maggiore complessità che è stata da esempio a tutti noi. Lavorare con lui è stato eccezionale. Era facile interagire con lui, non è mai stato presuntuoso e capiva cosa era necessario creare sul set. Non è facile per me, perché non è mio compito parlare di un attore. Ma si può dire che non ci sono molti altri attori alla Philip Seymour Hoffman, aveva la capacità di essere solido e allo stesso tempo flessibile.

Si può andare avanti?

Nel film Pasolini è la sua interpretazione a reggere l’intero film, qui invece il suo è solo un ruolo di contorno. Come cambia l’approccio al personaggio?
WD
: Ogni progetto ha un approccio diverso, lo devi adeguare, immaginarti le tue responsabilità nel creare un mondo e raccontare una storia. Ovviamente è mio compito sapere qual è il mio posto e capire il mio ruolo all’interno di quella storia. Se esageri in un piccolo ruolo non va bene, così come se non fai abbastanza in un ruolo da protagonista. Devi capire e individuare il tuo posto e cercare di capire come questo si adatta a quella che è la tua immaginazione. In un ruolo piccolo, per esempio, non puoi concentrarti troppo sull’antefatto, è ridicolo. Con Pasolini, al contrario, ho fatto tantissima ricerca, convissuto con i suoi pensieri, cercando di entrare nel suo modo di pensare e di essere. A seconda del progetto ti muovi e lo approcci in maniera diversa.

Però a volte capitano anche dei personaggi con i quali è un po’ più difficile convivere, come quello di Colpa delle Stelle...
WD
: Ma perché? Lui è un personaggio perfettamente consapevole: lo scrittore si identifica talmente tanto con i personaggi che ha creato da provare questa pietà nei loro confronti. Ma è una persona danneggiata che non ha l’abilità di capire. È eccessivo, abusa di tutto, ma è anche trasparente nei confronti di queste due persone. Vuole coccolarli, ma è duro, perché è convinto che sia l’unico modo per affrontare queste difficoltà.

Il film esce in un contesto molto particolare, che di certo non avevate programmato...
AC
: È vero, il film è estremamente attuale, ma a dire il vero è un peccato per lui. Io ho cercato di trasferire quello che era nel libro e le ho sviluppate in questo modo, ci sono tanti rapporti e intrecci, così come nel libro. Ma è di questo che parla: della storia raccontata nel libro di Le Carrè, nient’altro.

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