Intervista La frode - Conferenza Stampa con Richard Gere

Richard Gere a Roma per presentare il suo ultimo film La frode (Arbitrage)

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Nella splendida cornice dell'hotel de Russie di via del Babuino in Roma, Richard Gere (che a sessant'anni suonati mantiene ancora intatto il fascino del sex symbol senza età) ha presentato in conferenza stampa il suo ultimo film La frode, opera prima del trentratreenne newyorkese Nicholas Jarecki che fonde con estrema fluidità la dimensione del dramma famigliare al cinico mondo della finanza in un thriller di notevole appeal.

Richard Gere: Prima di iniziare ci tenevo a dire che mi fa sorridere il fatto che sono appena venuto da Amsterdam (dove mi trovavo sempre per presentare il film) - e lì sono tutti così composti, timidi. Invece qui il bello è che arrivi e sembra esserci sempre un gran casino che sta per esplodere da un momento all'altro, ma nel senso positivo di una grande vitalità che mi mette allegria.

D: Gere, quello che interpreta è un personaggio fantastico che si divide abilmente tra family man e business man. Com'è riuscito a entrare nel personaggio?
R. Gere: Beh ho pensato cosa avrei fatto se fossi stato in Italia e a come avrei interpretato quest'uomo. Mi sono immedesimato e ho pensato di dover indossare degli abiti di prima fattura, di avere un'amante, insomma mi è bastato immedesimarmi in un facoltoso businessman italiano (sorride). No, a parte gli scherzi, la verità è che il personaggio era scritto molto bene (come del resto l'intera sceneggiatura) e il regista è stato davvero sorprendente se pensiamo che era la sua opera prima (sia in veste di sceneggiatore sia di regista n.d.r). In questo film la cosa più interessante è che ogni personaggio ha una sua rotondità, è unico e possiede una prospettiva tutta sua. Il mio protagonista rappresenta quel maschio alfa che oramai è un po' ovunque. Prima ho scherzato sul maschio italiano ma la verità è che oggi come oggi questo tipo di uomo rappresenta realmente lo zeitgeist.

D: Come è riuscito a conciliare il personaggio con la sua filosofia di vita?
Gere: La cosa buffa è che molti mi hanno fatto questa stessa domanda, chiedendomi come fa uno come me che segue la filosofa buddista e il Dalai Lama a calarsi in un ruolo del genere. Ma il punto è che recitare vuol dire giocare e si può giocare in molti modi diversi. Non c'è niente in realtà in ciò che fa Robert Miller (il personaggio interpretato da Gere n.d.r.) che io non possa immaginare. Alla fine non si tratta di un mostro, di un serial killer, di uno psicopatico, ma semplicemente di un uomo che commette grandi errori come accade a tutti noi nel corso di una vita. E il mio lavoro di attore consiste semplicemente nel rendere quegli errori più veri, umani. Quando reciti è come se mettessi uno specchio davanti a te stesso ed è un riflesso di te stesso che alla fine si proietta nel film.

D: Come avete costruito i duetti con Susan Sarandon, con la quale è evidente una notevole affinità?
Gere: Quando abbiamo cominciato a fare le interviste ci hanno chiesto in più occasioni (e separatamente) da quanto ci conoscevamo. Così io poi chiedevo cosa avesse risposto lei e se la risposta era stata 35, anche io dicevo 35, anche se in realtà credo che ci conosciamo da almeno 40 anni. Comunque anche se la nostra è un'amicizia di lunga data, a volte è difficile interpretare sullo schermo coppie legate da relazioni lunghe perché è necessario che traspaia una certa consuetudine. Noi in realtà discutiamo sempre un po' su tutto e in questo in effetti siamo molto simili a una vecchia coppia di coniugi. E poi questa era già la seconda volta che Susan interpretava mia moglie, quindi non è stato poi così difficile creare una certa sintonia.

D: Pare che nel film il senso ultimo possa essere interpretato da quella frase di Balzac secondo cui "dietro ogni grande patrimonio c'e sempre un crimine". Che ne pensa?
Gere: La verità è che io e il regista ancora discutiamo su quello che potrebbe accadere dopo l'ultima inquadratura. Ma il punto è che non c'è alcuna risposta a questa domanda perché ogni spettatore avrà la propria reazione. Il vero messaggio è lo specchio, ovvero ciò che lo spettatore vede nel film e quello che gli arriva. Se noi abbiamo sollevato questioni, domande e dilemmi, creato delle aree grigie di riflessione allora questo è quello che conta, perché il film in sé non ha alcun messaggio. Nella scena in cui ho il faccia a faccia con mia figlia e lei mi chiede come ho potuto tradire la mia socia, e io le rispondo che lei non è una socia ma una che lavora per me e che tutti lavorano per me, beh in quella scena è racchiuso gran parte del senso del film, e anche il vero problema del nostro mondo di oggi. Ci sentiamo proprietari di tutto e tutti, e la gran parte dei problemi si generano da questa grande bugia, dalla diabolica tentazione di volersi sentire al centro di tutto, dell'universo.

D: Il fatto di non aver ricevuto alcuna candidatura per questo film senza dubbio molto meritevole, pensa che possa attribuirsi al fatto che la sua carriera è associata al filone delle commedie e che si faccia dunque fatica ad ‘accettarla' in un ruolo più sfaccettato come questo?
Gere: La verità è che la sceneggiatura di questo film era (sin dall'inizio) davvero ottima e io penso che Nicholas avrebbe dovuto ricevere un sacco di candidature perché ha fatto davvero un ottimo lavoro sia a livello di scrittura sia a livello di regia. E, invece, il fatto che il film non abbia ricevuto nulla mi ha molto sorpreso!

D: Secondo lei il film afferma che nel mondo della finanza è impossibile mantenere un'onestà intellettuale?
Gere: Questa in realtà è una cosa che accade un po' in tutti gli ambienti superato un certo livello in cui si accede a una sorta di "esclusivo club degli uomini" e si diventa quasi intoccabili perché ci si protegge anziché uccidersi a vicenda.

D: Se, come dice, ogni interpretazione è lecita, allora potremmo forse dire che l'alta borghesia finanziaria è un po' al di sopra della legge, mentre poi alla fine è l'entourage famigliare quello che assicura una sorta di giustizia ultima?
Gere: Ciò che assicura la giustizia è senza dubbio la verità. La legge rappresenta il tecnicismo e il tecnicismo alla fine non è che conti molto. Alla fine della partita Robert Miller ha perso molto dal suo punto di vista personale e umano, con la figlia e la moglie, si tratta di errori cui non si può porre rimedio però è anche vero che non c'è mai un momento definitivo nella vita, ed è comunque possibile che le cose si sistemino. Prendete ad esempio Bill Clinton, una persona che ha fatto cose magnifiche e anche dei grandi sbagli che gli hanno anche portato grossi problemi tra le mura di casa, però oggi la sua famiglia è comunque unita e solidale. Quindi, infine, talvolta è possibile porre rimedi anche a situazioni apparentemente insanabili. La vita è un bersaglio in continuo movimento, e poi a volte anche uomini buoni possono prendere decisioni davvero sbagliate.

D: Ci sono nel film delle analogie con Crimini e misfatti di Woody Allen?
Gere: Non ricordo abbastanza bene il film da poter fare confronti. Quello che posso dire è che Nicholas ha mischiato davvero con grande equilibrio e abilità molti e diversi generi filmici tra di loro, il dramma famigliare, il thriller, il noir, la storia d'amore. Di sottofondo, però, rimane sempre la tensione come di un ticchettio d'orologio e di qualcosa che deve accadere mentre al centro c'è il personaggio di Miller che si muove come una sorta di squalo e non può mai fermarsi altrimenti muore. Direi che il film ha diverse componenti interessanti al suo interno: la figura dell'afroamericano in una situazione di debolezza, il poliziotto arrabbiato che vuole emanciparsi, la diversa prospettiva di uomini e donne ugualmente ricchi ma che vivono la loro ricchezza in maniera diversa, e poi l'immagine di una New York che non rappresenta l'America ma piuttosto un luogo a sé stante ma globale, capace di rappresentare la situazione socio economica attuale.

D: Rispetto a quel club di intoccabili di cui parlava prima, lei si considera un po' un intoccabile, nel mondo del cinema?
Gere: In qualche modo faccio parte del club perché sono ancora qui a fare il mio lavoro, però devo dire che le cose stanno cambiando radicalmente e ciò è dimostrato dal fatto che questo è un piccolo film indipendente con un piccolo budget, considerato quasi come un film outsider nonostante la sua grande spendibilità narrativa e la sua ottima fattura realizzativa.

D: Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Gere: In realtà l'unico lavoro che mi coinvolge a tempo pieno è quello di cercare di capire chi siamo. Potrei dirigere alcuni progetti ma non ho una vera e propria vocazione per la regia, altrimenti mi sarei già cimentato, molto probabilmente. Quello che mi interessa è guardare la natura della mente, cercare di purificarla da pensieri negativi, fare sempre un monitoraggio continuo. Poi ho un figlio adolescente e penso che adesso posso ancora trascorrere del tempo di qualità con lui prima che imbocchi la sua strada. Inoltre c'è la questione tibetana che mi sta molto a cuore, mi tocca molto da vicino e impiega molto del mio tempo.

D: La questione del ricco e potente bianco che cerca aiuto nell'uomo nero di Harlem è un espediente narrativo che secondo lei funziona, o che è legato alla realtà di oggi?
Gere: Il confronto tra il povero nero e il bianco molto ricco e potente è un cliché ma nel rapporto particolare di questo film non c'è stata mai alcuna componente razzista, qualcosa che rimandasse a un discorso di razza. Questo in fondo è un film che si basa tutto ed esclusivamente sulle grandi questioni di potere.

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