Intervista Jimmy's Hall: Ken Loach

Il nostro incontro con il grande Ken Loach, giunto a Roma per presentare il suo nuovo film

intervista Jimmy's Hall: Ken Loach
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Uno dei registi di fama internazionale da sempre più impegnati nel sociale, Ken Loach ha fatto del suo cinema un importantissimo mezzo di rappresentazione umana e politica, ritraendo attraverso i luoghi e i tempi diversi delle sue tantissime opere (da film come La canzone di Carla o Bread and Roses, fino ai più recenti La parte degli angeli o quest'ultimo Jimmy's Hall) storie similmente rappresentative di quelle vite ai margini eppure solidamente impegnate nella lotta per i propri e altrui diritti di eguaglianza sociale. Cinema di grandi valori e ideali, quello di Loach è il fedele volto di un uomo e artista straordinario, animato da uno slancio di solidarietà civile e sociale forse più unico che raro. Lo abbiamo intervistato qui a Roma e ci ha detto tante cose interessanti sia su quest'ultimo lavoro sia sulla sua visione del mondo, di ieri e oggi.

Negli anni in cui si svolge il film il nemico era abbastanza evidente, si tratta dello lo stato, della Chiesa, dei proprietari terrieri. Secondo lei, oggi, un periodo che forse appare un po' più complesso e confuso, qual è il vero nemico da combattere? O pensa piuttosto che sia lo stesso di ieri e che in realtà non sia cambiato nulla rispetto agli anni ‘30?
Penso che anche oggi il nemico sia molto evidente. Quali sono ad esempio i problemi che devono affrontare i giovani? Trovare un lavoro sicuro che gli permetta di condurre la propria esistenza, trovare un posto dove vivere per non dover restare per sempre con i propri genitori, quindi sostanzialmente trovare un loro posto nel mondo. E fare questo oggigiorno si sta rivelando sempre più difficile, anzi quasi impossibile in Europa. Le multinazionali, ad esempio, chiedono lavori sempre più temporanei. In Gran Bretagna abbiamo addirittura un contratto di lavoro a zero ore, firmi per un lavoro ma non sai se realmente potrai lavorare. E anche gli ammortizzatori sociali di questi tempi vengono tagliati e nel nostro Paese (ma immagino anche qui) c'è il grosso problema del mercato immobiliare. In tutto questo trambusto è molto chiaro che la struttura economica, quella che favorisce e acuisce questi disagi facendo il favore delle grandi multinazionali, sia oggi il vero nemico da combattere. Magari i giovani non hanno una vera coscienza politica ma sanno che c'è qualcuno che li sta fregando, ed ecco perché avremmo bisogno di una vera leadership di sinistra realmente capace di cambiare questa situazione.

Padroni e pastori

Nel film si dice che dobbiamo guardarci da "the masters and the pastors" (i padroni e i 'pastori'). Per quanto riguarda una figura come quella di Papa Francesco che è da molti considerato un innovatore, lei cosa ne pensa? Crede sia davvero così avanguardista come viene percepito oggi?
Beh, onestamente non lo so. La gente dice che sia più progressista del papa precedente ma questa idea può rivelarsi pericolosa perché potrebbe anche apparire così adesso e poi infine allinearsi con le forze della reazione. Dipende da come si muoverà in futuro, se rimarrà fedele al movimento dei lavoratori opponendo il sistema capitalistico allora lo riterrò davvero progressista. Perché è facile dire di essere contro la povertà, ma non è abbastanza. Ricordo un aforisma che diceva "When I give food to the poor, they call me a saint. When I ask why they are poor, they call me a communist" (Quando nutro gli indigenti mi chiamano santo. Quando chiedo perché sono poveri mi chiamano comunista - Hélder Câmara, n.d.r). Quindi credo che dovremo aspettare e vedere davvero se Papa Francesco si limiterà a nutrire i poveri o se si spingerà oltre a fare la fatidica domanda.

Nel film ritroviamo molte tematiche che sono attuali come la disoccupazione molto alta, la crisi economica, però di contro sembra esserci un senso della solidarietà che forse oggi non c'è più. Lei che ne pensa?
Forse l'esperienza italiana è diversa da quella irlandese, inglese. Noi negli anni '20 abbiamo avuto le lotte, nel '29 c'è stata la crisi e gli anni '30 sono stati invece molto silenziosi. Non c'era lotta sociale e c'era pochissima solidarietà. L'unica cosa che poi ha messo fine alla disoccupazione è stata la guerra. C'era un senso di solidarietà nel senso di aiutare il proprio vicino ma non c'era una vera e propria solidarietà sociale intesa nel senso di "possiamo combattere insieme questa situazione".

Diffondere l'Arte è fondamentale

Ieri ha visitato il Nuovo Cinema Aquila, dove ha fatto vedere anche questo suo ultimo film. Quello è un cinema confiscato alle mafie. A Roma, parallelamente, ci sono anche altre situazioni di cinema/teatri occupati, come il Nuovo cinema America o il Teatro Valle, che sono stati riabilitati da questi giovani. Cosa direbbe loro oggi? Cosa ne pensa di queste attività giovanili legate a occupazioni di luoghi dell'arte?
In realtà mi piacerebbe sapere quale sarebbe il loro messaggio per me, penso che ne avrebbero di sicuro uno importante. Farei loro subito questa domanda. Di sicuro queste attività mostrano il loro grande rispetto verso le forme d'arte come il cinema, e il teatro, e credo che questa sia davvero una cosa fondamentale, ammirevole. Questo dimostra inoltre che diversamente dall'immagine che spesso ne facciamo, i giovani non sono solo interessati a stare di fronte a un computer con le cuffie nelle orecchie, privi di qualsivoglia altro interesse. La cosa importante è che si continui a programmare film, a fare teatro, e che questo resti un interesse presente nelle loro vite. C'era un grande critico inglese, Kenneth Tynan, che disse che c'è una sorta di cordone ombelicale, legame inscindibile tra quello che viene rappresentato a teatro e quello che avviene per le strade.

Nel film The wind that shakes the barley (Il vento che accarezza l'erba, 2006) a un certo punto si dice che "È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede". Mi sembra che questa tematica ritorni anche in questo film, anche rispetto alla Chiesa che combatte con il solo obiettivo di creare un avversario, un nemico. Può dirci qualcosa in proposito?
Beh sì diciamo che Jimmy Granton (il protagonista del film n.d.r.) sapeva molto bene contro cosa stava combattendo. Quando fa quel suo discorso dopo aver fatto rientrare la famiglia sfrattata al suo cottage, credo che sappia esattamente contro cosa sta lottando. Sta combattendo per i valori della giustizia sociale e perché la gente possa riprendere in mano le proprie vite. Se avesse potuto continuare sarebbe andato verso il controllo democratico della proprietà e avrebbe certamente prospettato un sistema economico diverso. Il discorso che fa ci è sembrato sufficiente e abbiamo pensato che non fosse il caso di andare oltre (ride).

Cultura uguale libertà

Ci può dire qualcosa del rapporto di Jimmy con l'I.R.A.? Perché a un certo punto si capisce che l'I.R.A. non è esattamente di supporto alla sua lotta.
L'I.R.A. è un'organizzazione politica che ha attraversato molte fasi e a quel tempo la struttura era divisa. Da una parte i capi dell'organizzazione volevano sostenere il governo irlandese, il quale a sua volta voleva il supporto della Chiesa, in maniera da poter governare liberamente e senza alcun ostacolo. E quindi siccome volevano il supporto del governo in quel momento non potevano sostenere la posizione di Jimmy. Poi sempre all'interno dell'I.R.A. c'era invece un'ala più a sinistra che ancora aveva l'idea del programma sociale di dieci anni prima e loro diedero il loro supporto a Jimmy: in una delle scene del film si vedono proprio tre uomini dell'I.R.A. (e sono quelli che rappresentano gli uomini della sinistra).

Secondo lei dobbiamo guardare al passato per vedere che c'è stato un tempo dove realmente credevamo di poter cambiare qualcosa? E invece cosa pensa della cultura come strumento di libertà?
Beh è sempre fondamentale tornare indietro nella storia perché la Storia ci dice chi siamo, perché siamo a questo punto, cosa sia possibile nel futuro. Andare a vedere cosa è accaduto nel passato è sempre vitale. C'è da dire che il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale fu il punto più alto (almeno per quanto riguarda la Gran Bretagna) della democrazia sociale e quello che gli obbiettivi sociali che si raggiunsero allora furono di massima importanza. Se pensiamo alla proprietà pubblica delle grandi industrie come quella delle ferrovie, dell'acqua, del gas. E venne inoltre stabilito un sistema democratico che includeva la sanità pubblica sostenuta dalle imposte pagate dai cittadini. Il problema è che purtroppo non ci fu un cambiamento societario ma si creò un'infrastruttura che serviva alle grandi aziende per poter vivere, e quindi i grandi datori di lavoro e le grandi imprese rimasero intoccate. E quindi questo, trent'anni dopo, portò a tutti i problemi e i raggiungimenti degli anni '40 vennero messi a repentaglio. Infine, secondo me la cosa importante è ricordarsi che sì, si può lavorare tutti insieme perché le cose cambino e per creare un mondo migliore, ma non dobbiamo fare l'errore di fare il lavoro solo a metà.
Anche per quanto riguarda la seconda domanda, sì bisogna senza dubbio dare importanza alla cultura e questo in passato veniva fatto molto di più creando ambiti e spunti culturali molto forti, e l'aspetto positivo era che la cultura era vista come qualcosa di benefico di per sé. Invece oggi la cultura è vista come una semplice transazioni finanziaria e ad esempio in Inghilterra non si parla tanto dei contenuti dei film degli spettacoli teatrali quanto delle attività produttive che si muovono alle loro spalle. In altre parole, tutto si riduce sempre all'obbiettivo di fare soldi, di fare profitto. E infatti le grandi mostre o gli spettacoli teatrali hanno sempre dei grandi sponsor che sono multinazionali e l'idea che sta alla base di questo schema è che niente di valore può realizzarsi se non c'è una grande multizonale a promuoverlo. E questo è il modo in cui il sistema penetra le nostre menti, tutti noi siamo portati a credere che sono le grandi società a realizzare tutto ciò che fa parte delle nostra vite. Quindi sarebbe importante che tutte le orchestre, i gruppi teatrali, si sbarazzino degli sponsor e ci lascino semplicemente interagire come esseri umani.

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