Intervista Jean Reno

Il nostro incontro col mitico interprete di Léon e Wasabi

Articolo a cura di
Alessandra De Tommasi Alessandra De Tommasi ha avuto il colpo di fulmine per la scrittura quando ha ricevuto in regalo una macchina da scrivere gialla giocattolo, ma funzionante, alla tenera età di 4 anni. L'argomento preferito? I telefilm, a cui ha dedicato (oltre a svariate notti insonni) la tesi di laurea e il saggio per diventare giornalista professionista. In due parole: serial addicted! Se volete, potete seguirla su Twitter!

Tra i bambini del 42° Giffoni Film Festival Jean Reno appare proprio come il gigante buono ed è difficile pensare, invece, che su grande schermo sia riuscito a terrorizzarci in ruoli iconici come “Lèon” di Luc Besson. Dopo la trasferta campana è volato a Parigi a girare (a partire dal 23 luglio) per tre mesi le otto puntate della serie poliziesca “Jo”, diretta dal regista canadese René Balcer, vincitore di un Emmy per Law & Order. Nel ruolo di un poliziotto fuori dal comune cambierà totalmente registro rispetto ai ruoli a cui ci ha abituato finora. In attesa che l’amico Roberto Benigni gli proponga un nuovo copione, precisa di non aver mai ricevuto alcuna offerta per l’adattamento su piccolo schermo di “Io uccido” di Giorgio Faletti. Con i piccoli giurati di Giffoni Experience (14-24 luglio 2012) ha cantato “Felicità” di Al bano e Romina, richiamando il tema di questa edizione, dicendo che a renderlo davvero contento sono le persone che ama e l’idea di essere in salute. A volte le priorità familiari gli hanno fatto perdere occasioni importanti come Matrix, che lui oggi sembra ricordare non con rimpianto, ma come una scelta dettata dal cuore e quindi inevitabile.

In questa fase della sua vita si sente più vicino ai ruoli comici o drammatici?
Oggi la gente ha bisogno di ridere perché sta vivendo un momento di grosse difficoltà e ha paura persino di ascoltare le notizie al telegiornale. Non sa dove sta andando. E io per primo sono contento di guardare una bella commedia. Si dice che sia più facile far ridere il pubblico, invece è complicatissimo farlo con la semplicità di numeri uno come Charlie Chaplin.

Di qualche sua pellicola vorrebbe fare un sequel?
Sarebbe complicate scegliere solo un personaggio da riportare in vita e non dipenderebbe dal successo che ha avuto ma da come mi sentivo io nella sua vita. Ognuno di loro ha qualcosa di speciale che mi porto nel cuore, come il protagonista di For the love of Roseanna. Marcello aveva una moglie malata e proprio durante le riprese di quel film morì mio padre. Da quel momento in poi per me Marcello è diventato mio padre. La fama legata ai ruoli non ha nulla a che vedere con il legame che ho con loro.

Ai blockbuster di recente ha preferito pellicole indipendenti...
Mi sembrava il giusto modo per bilanciare l’industria cinematografica. I franchise vantano un marchio già consolidato, puntano su idee vincenti e incassano di sicuro, invece occorrono anche idee fresche. Comunque non credete a tutte le notizie che ogni anno puntualmente escono a Cannes sui miei progetti: non sono vere! Invece confermo di aver prestato la voce ad un orco nel cartoon indipendente Il giorno del corvo, realizzato da giovani animatori francesi. Ci ho messo il cuore e spero vada bene.

Per girare “Godzilla” rinunciò a “Matrix”. Perché?
Matrix richiedeva quattro mesi di riprese in Australia, ma in quel momento la mia vita privata non andava bene. Ho rinunciato al progetto per un buon motivo anche se poi è andato bene. Peccato!
Come affronta i ruoli d’azione?
Ci sono due scuole di pensiero. Durante le riprese de “Il maratoneta” Dustin Hoffman prima del ciak correva dieci minuti sul set mentre Laurence Olivier lo guardava correre senza dire una parola. Un giorno gli ha detto: “Perché invece non ti limiti a recitare?”. La differenza tra i due approcci è evidente.

"I franchise vantano un marchio già consolidato, puntano su idee vincenti e incassano di sicuro, invece occorrono anche idee fresche."

Olivier secondo me credeva in quello che faceva e lo metteva in scena ma non esiste un modo giusto per approcciarsi a un ruolo. Sono però convinto che il corpo sia il mio strumento di lavoro e lo curo molto seguendo regole di vita sana. Non bevo né mangio troppo, dormo le ore necessarie, non mi drogo, faccio esercizio fisico, insomma cerco di mantenermi nella forma fisica e mentale di quando avevo 17 anni e sognavo con tutte le mie forze di fare questo lavoro.

In sala con i giovani giurati di Giffoni si è emozionato. Cosa le hanno trasmesso?
Aveva ragione Francois Truffault: Giffoni è un festival necessario, qui c’è una luce incredibile, quella dei ragazzi che la irradiano a chiunque. Io ho sei figli e senza di loro non sarei nulla. Qui a Giffoni mi sento felice e appena torno negli Stati Uniti dirò a Robert De Niro di come mi sia trovato bene e lo inviterò a ritornare a trovare il Festival.

Con quale regista vorrebbe tornare a lavorare?
Con Benigni anche subito! Roberto, dove sei? Ti aspetto, chiamami! In America forse l’unico artista che ha doti simili alle sue è Tom Hanks. Roberto è davvero un angelo, nei tre mesi in cui abbiamo girato “La tigre e la neve” non gli ho mai sentito dire una parola cattiva verso nessuno. Quando mi ha proposto il ruolo è venuto a trovarmi a Parigi mentre giravo un film e appena mi ha proposto il copione io l’ho accettato a scatola chiusa. Lui si è stupito e mi ha pregato almeno di leggerlo. Gli ho risposto: “Lo hai scritto tu, accetto e basta”.

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