Cannes 2015

Intervista Inside Out: John Lasseter & Pete Docter

Il sesto giorno di Cannes è stato dedicato ad Inside Out, il nuovo film d’animazione Disney Pixar che, fuori concorso, conquista il Festival e commuove la stampa: ecco cosa ci hanno rivelato i suoi creatori.

intervista Inside Out: John Lasseter & Pete Docter
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Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Inside Out è uno di quei film che quando arriva, sconvolge: è successo anche a Cannes, dove è stato presentato fuori concorso all'interno della sala più grande, la Lumière - riempita di risate, pianti (in una scena in particolare il pubblico si è preso un udibilissimo momento collettivo di singhiozzo) e ovazioni finali. Nessuno sulla croisette riesce a non parlarne, ma soprattutto nessuno riesce a non parlarne bene, cosa che tra i critici è più unica che rara. Succede la stessa cosa durante l'incontro con chi questo piccolo miracolo lo ha creato, e lo ha accompagnato fino alla fine del suo viaggio qui al 68° Festival di Cannes. La chiacchierata con i realizzatori ed i doppiatori sembra avere l'aria di una lezione più che di una conferenza stampa, grazie soprattutto a John Lasseter (uno dei fondatori della Pixar nonché regista di Toy Story) e Pete Docter, che ha preso in mano la regia di Inside Out dopo Up e Monsters & Co.. Per loro è chiaro che non si tratta soltanto di un film: si capisce dallo sguardo che si illumina ogni volta che qualcuno complimenta il loro lavoro, pieno di un orgoglio simile a quello di un padre a cui viene detto che il figlio è andato bene agli esami finali. È in quello sguardo che si impara più di ogni altra cosa, perché rende evidente quanto questo non sia soltanto un lavoro ma lo scopo di una vita, come racconta lo stesso Lasseter.

"La nostra intenzione è creare qualcosa da poter mostrare orgogliosamente ai nostri figli, alle nostre famiglie"

Quando si ha di fronte qualcuno che ha cambiato la storia dell'animazione è difficile non approfittarne e ampliare il discorso: succede quasi subito, e senza accorgersene si rimane incantati nell'ascoltarlo parlare degli albori della Pixar e dei suoi primordiali intenti, stupendosi nel rendersi conto che vent'anni dopo non sono affatto cambiati. "Quando ho iniziato la mia carriera nell'animazione, da un punto di vista industriale quel tipo di linguaggio era quasi morto. Il mondo dei cartoni animati era ridotto alla televisione, che aveva comprato gli ultimi prodotti dai cartoon studios prima della chiusura e li riduceva ad una programmazione dedicata il sabato pomeriggio dopo la scuola. Solo la Disney produceva lungometraggi più seri, ma si trattava di uno all'anno, a volte anche meno... e gli adulti sentivano che non era roba per loro, che si trattava di una cosa per bambini e dedicata all'infanzia, che non li riguardava." Racconta questo John Lasseter, come se stesse recuperando un vecchio ricordo a cui è affezionato nonostante tutto. "La rivoluzione cinematografica negli anni 70 ci aveva ispirati: erano gli anni di Lucas, Coppola, Scorsese, c'era del lavoro fantastico intorno a noi ma qualcosa ci spingeva verso l'animazione: volevamo renderla fruibile a chiunque, far capire alla gente che quel mondo può e deve essere per tutti, parlare un linguaggio interessante anche per gli adulti. C'era solo un'occasione per fare una buona impressione, e per fortuna Toy Story è piaciuto a tutti: questo ci ha aperto le porte per un ottimo futuro e ha fatto da apripista anche per molti altri, cosa di cui sono estremamente orgoglioso".

"Era importante trovare il modo giusto di raccontare come lavora il cervello, perché la mente è ciò su cui si fonda il mondo che abbiamo creato."

Per Pete Docter, il regista di Inside Out, c'è spazio per raccontare la genesi del film e soprattutto del soggetto, a lui particolarmente vicino. "Tutto è iniziato osservando mia figlia: aveva nove anni quando ha doppiato la giovane Ellie in Up, era una bambina, eppure l'ho vista trasformarsi in pochi anni e diventare meno gioviale, più chiusa e seria. La guardavo e mi chiedevo, chissà cosa le passa per la testa...". Nel film è proprio la crescita di una dodicenne il pretesto per raccontare l'evoluzione delle nostre emozioni ed il modo in cui maturano, quindi la ricerca è iniziata proprio dai bambini - come racconta anche il produttore Jonas Rivera: "Abbiamo iniziato proprio in famiglia, con i nostri figli. Li guardavamo e cercavamo di capire quali meccanismi li portavano a compiere le loro piccole decisioni quotidiane, e così sono nati i personaggi principali. È per questo che tutti si riconoscono in Riley, la protagonista, perché il film parla di meccanismi che avvengono nella mente di ognuno di noi".
C'è anche tempo per riflettere tra il serio e il faceto sulla scelta di posizionamento del film: non a tutti sembra giustificato il fuori concorso, e sono in molti ad averlo trovato più che adatto a competere per la Palma d'Oro - che probabilmente avrebbe anche vinto. John Lasseter ci scherza su con modestia, ma è Amy Poehler (che nel film doppia il personaggio di Joy) a prendere la scena: "Se vi è piaciuto tanto votatelo o comunque fatelo sapere, magari ci fanno vincere qualcosa lo stesso, no?"

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