Intervista Il Viaggio di Arlo: Sharon Calahan

Abbiamo intervistato il direttore della fotografie e delle luci dell'ultimo film d'animazione Pixar, che ci ha spiegato qual è la differenza tra il dirigere la fotografia di un film in CG e uno con luce vera.

intervista Il Viaggio di Arlo: Sharon Calahan
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Il 25 novembre scorso in Italia e negli Stati Uniti è arrivato al cinema The Good Dinosaur, nel nostro Paese commercializzato come Il viaggio di Arlo, realizzato completamente in CGI dai Pixar Animation Studios. Diretto da Bob Peterson, che aveva ideato la storia nell'agosto del 2013, e poi sostituito da Peter Sohn, Arlo arriverà adesso in edizione home video dal 16 marzo 2016. Per poter approfondire il lavoro svolto da Pixar e Walt Disney Pictures, che ha distribuito la pellicola, abbiamo avuto la possibilità di intervistare Sharon Calahan, direttore della fotografia e delle luci della più recente opera maestra made in Pixar.

Circa due anni fa sei stata inserita nella American Society of Cinematographers, il che testimonia il fatto che il tuo lavoro merita di essere riconosciuto tra i migliori al mondo...
«Sì, effettivamente è stata un'emozione incredibile. Suona davvero bene quello che dici, sembra proprio che io sia tra i più importanti lavoratori del cinema. Sono talmente onorata di far parte di questo gruppo: per me è stato un grande risultato» ha esordito Sharon, che poi ha iniziato a parlare del lavoro che effettivamente fa un direttore della fotografia: «La prima volta che Pixar ha iniziato a utilizzare tale terminologia per il nostro lavoro è stato con A Bug's Life: l'idea era quella di iniziare ad approcciarci ai film come se fossero dei live action, dei film reali. Abbiamo pensato che potesse essere una buona soluzione iniziare a utilizzare la camera come se fossimo in un'ambientazione reale. D'altronde noi ci siamo sempre preoccupati di creare emozioni, di trasmettere allo spettatore qualcosa di importante a livello sentimentale: per questo abbiamo pensato di realizzare dei procedimenti molto più reali, il nostro lavoro è più simile a quello che si fa nel live action che nelle tradizionali attività d'animazione. I nostri tools sono diventati molto più vicini al mondo reale piuttosto che alla CGI, sia per le specifiche sia per come li abbiamo gestiti in questi anni».

Allo stato attuale del cinema spesso ci ritroviamo a guardare film che hanno sia elementi in CG che elementi reali... «Gestire l'ibridazione tra gli elementi in CG, intervallati da quelli reali, non è un procedimento eccessivamente complesso. Noi lavoriamo in un mondo esclusivamente CG, in Pixar, quindi non abbiamo problemi di inserire degli elementi in live action. Ovviamente noi puntiamo sempre a evolverci per realizzare qualcosa di sempre più distinguibile dagli altri. È possibile che in futuro Pixar si possa ritrovare a lavorare su qualcosa di reale, ma non è attualmente il nostro obiettivo, non penso possa accadere nel breve periodo soprattutto. Chiaramente, ripeto, non è da escludere, perché l'industria cinematografica, d'altronde, si sta evolvendo molto e anche molto rapidamente: saremo presto capaci di fare tutto, quindi non è da escludere».

Come funziona, però, il mondo delle luci in un film d'animazione? Come si differenzia da un film in live action? «Abbiamo un set fisico, però lo realizziamo in tre dimensioni, come se fosse un mondo reale, per l'appunto. Al suo interno, però, diversamente dai film, possiamo inserire quello che vogliamo, soprattutto scegliere i colori, possiamo anche gestire al meglio le ombre dei nostri personaggi e dei nostri modelli, cambiarle in qualsiasi momento ottenendo degli elementi molto diversi. Abbiamo più possibilità di gestione della luce e dell'immagine in sé rispetto a quanto potremmo fare nella realtà. Per The Good Dinosaur ho anche gestito i concept arts e mi sono divertita molto - aggiunge poi Sharon parlando dell'esperienza specifica de Il Viaggio di Arlo - ho anche gestito molto effetti, inoltre mi è stata data grande libertà perché nel momento in cui mi veniva un'idea per realizzare un determinato gioco di luci ho avuto la possibilità di fare il mio pitch agli autori e loro hanno preso in considerazione le mie proposte, per inserirle nel processo di sviluppo».

Per un giovane studente che si approccia al mondo della fotografia e del cinema, quale dovrebbe essere la strada più semplice da perseguire? Le luci nel mondo reale o le luci per il mondo dell'animazione?
«Partiamo col dire che io non ho studiato in una scuola di cinema, ma ho seguito le porte che mi si sono aperte. Ero interessata a questo mondo, sì, ma ho semplicemente sfruttato le occasioni che ho avuto. Direi che mi è andata bene, sì, sono felice di questa scelta attualmente, però tutti devono capire che sono due ruoli decisamente importanti. Spesso mi dico che avrei voluto studiare filmmaking a scuola, c'è molto da imparare soprattutto quando devi raccontare una storia con il movimento delle immagini. L'importante è capire che è essenziale sviluppare qualità e abilità tecniche, perché l'immagine è tutto e l'idea cinematografica è concentrata su questo, oggi e domani. Un fotografo deve essere molto intelligente oggigiorno, che scelga una strada o l'altra».

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