Intervista Il ragazzo invisibile

Il regista Gabriele Salvatores, il cast e i produttori del nuovissimo cinefumetto tutto italiano rispondono alle nostre domande

intervista Il ragazzo invisibile
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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

La conferenza stampa per Il ragazzo invisibile comincia con un assunto affascinante da parte del regista Gabriele Salvatores: “Il cinema ha due anime: una realistica, derivata dai Lumiere, l'altra fantastica, tipica di Meliès; per indole sono portato, spesso, a mischiare le due cose, e sono particolarmente contento quando riesco a realizzare quanto diceva Jacques Derrida: 'il cinema è potente quando rievoca fantasmi interiori'”.
Non ha certo bisogno di presentazioni Salvatores, Premio Oscar nel 1992 per Mediterraneo e tra i registi italiani più famosi al mondo, oltre che grande innovatore (o, quantomeno, sperimentatore) del cinema nostrano grazie a titoli come Nirvana, Italy in a day e ora Il ragazzo invisibile, coraggioso tentativo di sfondare la barriera del cinefumetto all'americana con un prodotto tutto made in Italy. Dopo l'evento lucchese di presentazione delle prime scene del film lo abbiamo incontrato a Roma insieme al cast e alla produzione: ecco cosa ci ha raccontato sul suo nuovo figlio di celluloide.

Una scommessa atipica

Partiamo dal fondo: nei titoli di coda abbiamo sia un cliffhanger per un eventuale seguito che un interessante dietro le quinte degli effetti speciali. Suona un po' come una dichiarazione d'intenti: ci siamo, l'abbiamo fatto, vedete? Si può fare anche in Italia...
Nicola Giuliano (produttore): Non è stato per niente facile. Ma forse era il momento giusto per provarci, perché no? Me ne sono accorto andando a cinema coi miei figli e notando non tanto l'assenza di supereroi italiani, ma proprio la penuria di proposte per ragazzi dal nostro cinema. È una sfida perché ci vogliono idee, passione e perseveranza, ed è una scommessa col pubblico, che non è detto che accetti che questo genere di prodotti, che tanto ama, vengano anche dal loro stesso paese. Ma del resto anche gli italiani innovano i generi: come Leone ha fatto per il western e Argento per l'horror, nel nostro piccolo abbiamo voluto provare. Il film è costato poco per gli standard americani, ma tantissimo per quelli italiani: otto milioni, spesi tutti in maestranze italiane, comprese quelle relative agli effetti speciali. Una scommessa che speriamo di vincere.
Al sequel, invece, stiamo già lavorando, ma chiaramente dipende anche dagli esiti di questo primo film.
Stefano Sardo (sceneggiatore): Ci siamo cresciuti con questo immaginario quindi abbiamo voluto accettare questa sfida, spinti dalla disponibilità dei produttori. Sentiamo ci sia molto da raccontare e soprattutto l'abbiamo voluto fare pensando alle storie, ai personaggi, più che alla spettacolarità.
Ludovica Rampoldi (sceneggiatrice): Esatto, sentivamo la storia come nostra, e i limiti erano dettati dal budget li abbiamo superati basandoci sui personaggi, sul cuore della storia.
Alessandro Fabbri (sceneggiatore): Siamo tornati all'adolescenza non solo con i riferimenti culturali e filmici, ma anche con la mentalità e le sensazioni, quando un po' ti senti invisibile di tuo, rispetto agli altri, non compreso. E al contempo vorresti davvero sparire, essere invisibile.

Come avete lavorato sull'aspetto crossmediale voi sceneggiatori?
Stefano Sardo: Siamo partiti dal film. Poi abbiamo espanso l'universo narrativo col fumetto, che racconta delle side-story e alcuni retroscena non inclusi nel film, e poi siamo passati al romanzo, che è la storia del film amplificata. Liberi dalle tempistiche del cinema abbiamo potuto approfondire personaggi e tematiche.

Il superpotere di Salvatores

Salvatores, questa è l'ennesima sfida della sua carriera, l'ennesima scommessa...
Gabriele Salvatores: Be', in pratica nel '92 mi è stato conferito questa specie di superpotere, quando al terzo film, non so neanche bene come, sono stato premiato con l'Oscar. Questo mi ha aperto molte porte e dato la possibilità di osare. Una cosa come Nirvana l'ho potuta fare, allora, solo grazie a questo biglietto da visita. E la cosa l'ho vissuta davvero un po' come un supereroe, perché mi sentivo investito di un “potere” per il quale mi facevo scrupoli e mi sentivo, scioccamente, anche un po' in colpa, e del quale sentivo e sento la responsabilità di dover restituire al pubblico bei film, dato che ho la possibilità di farli. Quindi è come con l'Uomo Ragno: da un grande potere derivano grandi responsabilità.

Che riferimenti aveva nel genere, prima di iniziare a lavorare su Il ragazzo invisibile?
Gabriele Salvatores: Io appartengo a una generazione precedente all'uscita di Spider-Man e compagnia, in verità. Da giovane amavo (e continuo ad amare) Corto Maltese, che è una sorta di supereroe dell'anima, leggevo Flash Gordon, che oramai è misconosciuto. Di film di supereroi ne ho visti diversi, ma non tutti mi piacciono. Il mio preferito è lo Spider-Man di Sam Raimi, ma anche il Batman di Tim Burton. Per quanto riguarda i riferimenti, comunque, ce ne sono diversi e si colgono nel film, anche se forse ce n'è uno poco esplicito ma fondamentale: Lasciami entrare, che è un film di vampiri che nasconde una intelligente storia d'amore fra adolescenti.
Io ero un adolescente simile a Michele, ma erano altri tempi. Devo dire che quello che mi ha salvato è stata sicuramente la musica.

Una nuova esperienza

I protagonisti cosa dicono di quest'esperienza?
Ludovica Girello (Michele, il ragazzo invisibile): È stata la mia prima esperienza sul set, è tutto nuovo e meraviglioso per me. Ho sostenuto cinque provini e venendo da un piccolo centro per me è tutto una scoperta.
Noa Zatta (Stella): Anche per me è stato il primo film. Stella mi somiglia molto, mi è piaciuto che non si spaventi davanti al ragazzo invisibile perché è abituata a vivere nuove esperienze viaggiando tanto.
Valeria Golino (Giovanna): Il mio è un personaggio buono, molto materno. Mi sarebbe piaciuto avere la parte di un supereroe, ma in realtà mi è piaciuto molto essere un ponte per lo spettatore, il personaggio ancorato alla realtà che rende credibile il tutto. Mi sono ispirata alla Toni Colette de Il Sesto Senso.

Nel film si pone l'accento sul “lato oscuro” del potere e sul fatto che viviamo in una società dell'immagine. Lo scomparire ha un significato recondito...
Sì, è paradossale ma Michele, nella sua vita di tutti i giorni, è invisibile agli altri. Sia all'inizio del film che alla fine abbiamo una scena in cui lo facciamo notare. Diventa “qualcuno” nel momento in cui diventa invisibile per davvero, ma lì deve anche farsi valere, crearsi una sua personalità.
Poi la cosa è diventata anche un gioco divertente ma difficile a livello di visualizzazioni e montaggio, dato che dovevo decidere quando mostrare Michele “visibile” e “invisibile” allo spettatore, secondo un punto di vista diverso da quello dei personaggi dentro allo schermo.

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