Intervista Il figlio dell'altra

La regista Lorraine Lévy presenta il film Il figlio dell'altra

intervista Il figlio dell'altra
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Presso la Casa del Cinema in Roma la regista Lorraine Lévy e il patron della Teodora distribuzione Vieri Razzini hanno presentato Il figlio dell'altra, interessante pellicola che aiuta a riflettere sul valore dell'identità soprattutto in quei paesi in cui i conflitti fanno issano muri invalicabili tra razze e persone. Come ci ha tenuto a precisare Razzini il film è "una vera sorpresa, un'opera semplice ma nel senso più nobile del termine. Si tratta del primo film della regista Levy che arriva qui in Italia e speriamo che questo sia solo un battesimo, perché ha dimostrato di avere una vera capacità di far cinema e una spiccata capacità di narrazione".

D: Volevo sapere cosa dicono le parole della canzone che cantano tutti insieme a tavola. E poi se il film è stato visto nei paesi arabi, e se sì come è stato accolto?
Levy: Si tratta di una canzone semplice che appartiene al folklore arabo tradizionale. Le parole non le ho volute tradurre di proposito perché ho voluto conservare le emozioni del momento e del personaggio e temevo che, traducendo il testo, ci si poteva attaccare al significato intellettuale della canzone e perdere di vista l'emozione del momento. Il testo poi non è così fondamentale, parla semplicemente di una donna che torna a casa. No, per il momento non è stato ancora proiettato ma spero che accadrà a breve. Ad ogni modo dalle testimonianze di musulmani che ho ricevuto, so che il film è stato accolto bene sia dagli ebrei sia dagli arabi perché si sono sentiti entrambi rispettati e sono ovviamente molto contenta perché questo era esattamente ciò che desideravo.
D: Ho apprezzato molto il film e soprattutto il suo equilibrio narrativo. Inoltre mi ha fatto piacere che si nominasse apertamente il termine apartheid. In funzione proprio di questo equilibrio, potrebbe dirmi come ha scelto l'ultima inquadratura e perché ha scelto di inquadrare Joseph e non Yacine? Poi volevo chiedere a Razzini se del film circolerà anche una copia in originale con i sottotitoli.
Lévy: Innanzitutto c'è da dire che se avessi fatto il contrario mi avreste comunque chiesto il perché di tale scelta. Ad ogni modo in quell'inquadratura c'è l'immagine di Joseph ma la voce di Yacine. Inoltre si tratta esattamente dell'immagine speculare rispetto a quella che si vede a metà film, quando si capisce che quello è un luogo dove il ragazzo si rifugia quando ha bisogno di evadere. Sono due panoramiche di 180 gradi che insieme, sostanzialmente, danno una visione unitaria a 360 gradi.
La scena a cui fa riferimento per l'apartheid è invece quella in cui i due padri si incontrano e non possono non parlare di politica. È stata una scena molto difficile da girare anche perché entrambi gli attori sono molto molto coinvolti nella questione palestinese. La sera prima mentre ci preparavamo per la scena abbiamo dovuto affrontare il problema di chi avrebbe avuto l'ultima parola, ed entrambi insistevano nel voler chiudere. Alla fine ho girato la scena lasciando che parlassero uno sopra l'altro, in modo che nessuno dei due avesse l'ultima parola e in maniera da rispettare entrambe le identità. Quello che ho voluto rappresentare è un po' quello che dice Amos Oz (anche se non ho la presunzione di paragonarmi a lui) nel suo saggio Contro il fanatismo: "Né pro-Israele né pro-Palestina ma per la pace".

Razzini: Sì, sarà distribuita anche una pellicola in versione originale sottotitolata, è un'esperienza tra l'altro che abbiamo fatto già anche con Il giardino di limoni (Eran Riklis, 2008 n.d.r). Il doppiaggio, d'altronde, come dice Jacques Becker un atto contro natura".

D: Ha citato due scrittori: Amos Oz e Yasmina Khadra. C'è stata una vera e propria collaborazione con loro o solo una supervisione finale?
Lévy: Possiamo dire che questo film ha due padrini. La sceneggiatura è stata scritta da due ebrei e da una cattolica. Alla fine ho sentito la necessità di avere una sorta di voce di conforto anche del mondo arabo, così ho contattato Khadra, lui ha letto la sceneggiatura e ci ha anche dato dei suggerimenti. Per quanto riguarda invece Amos Oz non ho avuto mai il piacere di conoscerlo, però sono molto vicina alla sua idea di compromesso storico in cui ognuna delle parti rinunci a un po' della sua parte.

D: Volevo sapere dalla regista se era al corrente della prolifica produzione di documentari israeliani che parlano del conflitto e di storie simili a quella che ha raccontato lei. Per esempio il suo film mi ha ricordato molto un documentario dal titolo Blood Relation, lei l'ha visto?
Lévy: So che esiste una grande produzione ma sicuramente non li ho visti tutti e non quello che ha citato lei. Quello che posso dire è che, come la mia, sono tutte storie che attingono alla realtà. Per esempio io ho raccolto davvero molte testimonianze di scambi di neonati che per via della guerra del ‘91 e delle evacuazioni si sono ritrovati con genitori non biologici. Nel mio film, poi, per scopi drammaturgici sono andata oltre e ho inserito ‘l'aggravante' di una famiglia israeliana e una palestinese.

D: Secondo lei questo messaggio di speranza è realmente possbile? Famiglie israeliane e palestinesi che infine fanno amicizia e arrivano a stringersi la mano rappresentano una reale possibilità o solo un'utopia? Poi volevo un commento sul fatto che sono le donne sono le prime ad accettare la situazione.
Lévy: Nelle testimonianze che ho raccolto questi ragazzi sanno di non essere figli biologici dei loro genitori ma non sanno davvero di chi sono figli. Per quanto riguarda l'idea di speranza questo film è una reale testimonianza, perché le troupe miste hanno collaborato e tutti credevano molto in questo lavoro. A proposito delle donne voglio raccontarvi un aneddoto. Quando ho fatto il casting per le madri c'è stato un attentato e, visto il caos che sì è creato subito dopo, eravamo sicuri che non sarebbe venuta nessuna delle dodici donne che dovevano fare il provino. Io però sono rimasta comunque e alla fine sono venute solo in tre. Una di questa, Areen Omari che poi ho scelto, è venuta a piedi sotto un sole cocente camminando per quattro ore a piedi. Aveva letto la sceneggiatura e ci teneva davvero a interpretare il ruolo, a dimostrazione del fatto che la forza di volontà e il desiderio a volte sono davvero tutto. Poi la cosa bella è che ho fatto il provino senza la traduttrice che era andata via, eppure solo guardando recitare quella donna ho capito che era lei. Forza, desiderio e intensità possono avvicinarci alla fratellanza. Poi certo ci sono sempre delle esigue minoranze che inquinano un po' questi slanci positivi.

D: Sembra che il messaggio di speranza ci arrivi dai ragazzi e dalla loro voglia di conoscersi. Qual è secondo lei la differenza tra vecchie e nuove generazioni?
Lévy: Io parlo di speranza perché queste nuove generazioni le ho conosciute e hanno solo voglia di spensieratezza, di vivere come in tante altre parti del mondo (luoghi che ora sono più vicini grazie a internet e ai social network). E poi, in fondo, se non avessi speranza sarebbe molto triste. Però è anche vero che lì c'è una situazione molto semplice e complessa allo stesso tempo. Ad esempio quando ero là io avrei dovuto incontrare Juliano Mer-Khamis, un intellettuale di 45 anni che aveva fondato Il teatro della libertà e che aveva ricevuto per questo motivo molte minacce di morte. Ebbene, proprio il giorno prima del nostro incontro è stato assassinato all'uscita del teatro da estremisti palestinesi. È stato un enorme shock per tutti perché si trattava di una figura che dava gran voce proprio a quella speranza.

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