Intervista Hunger: ce ne parla Steve McQueen

Steve McQueen ci racconta la sua drammatica opera d'esordio

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Raymond Lohan svolge stancamente le sue mansioni quotidiane: è un uomo normale che lavora come agente penitenziario nel carcere di Long Kesh, soprannominato The Maze (il labirinto), nell'Irlanda del Nord, nel 1981. Lavorare tra le mura di uno dei famigerati H-Blocks, il braccio dove i detenuti repubblicani stanno effettuando la "protesta delle coperte" (Blanket Protest) e la "protesta dello sporco" (No-Wash o Dirty Protest), equivale a vivere in un inferno, sia per i prigionieri, sia per le guardie carcerarie.
Davey Gillen, un giovane detenuto appena arrivato, viene introdotto in questo ambiente per la prima volta. Benché terrorizzato, Davey rifiuta categoricamente di indossare l'uniforme carceraria. Non è un criminale comune. Di conseguenza, si unisce alla protesta delle coperte e divide una cella sudicia con un altro detenuto repubblicano dissidente, Gerry Campbell. Temprato dalla spaventosa realtà della vita tra le mura del Maze, Gerry guida Davey nella routine quotidiana, gli insegna a fare entrare di nascosto una serie di oggetti e a scambiare comunicazioni con il mondo esterno, passandole a Bobby Sands, leader del loro raggio, durante la messa domenicale.
I detenuti vengono convinti dalla direzione del carcere ad accettare l'offerta di abiti civili, una potenziale svolta nella loro lotta per riacquistare lo status speciale di prigionieri politici, ma si tratta di "indumenti da pagliacci" che sanno di derisione. Scoppia una sommossa. Nel caos, i prigionieri distruggono le celle pulite in cui sono stati trasferiti. La rivolta viene sedata nella violenza, con percosse e perquisizioni corporali...
Bobby Sands, ora, intende guidare un nuovo sciopero della fame, in segno di protesta per l'abolizione dello stato giuridico speciale riservato ai detenuti repubblicani. Lo sciopero avrà tragici risvolti...

DICHIARAZIONE DEL REGISTA

Ho voluto mostrare quello che si vedeva, si ascoltava, si annusava e si toccava all'interno dell'H-block nel 1981. Ho voluto trasmettere qualcosa che non si può trovare nei libri o negli archivi: l'ordinarietà e la straordinarietà della vita nel carcere di Long Kesh. E tuttavia il film è anche un'astrazione del significato che ha morire per una causa.

Per me Hunger ha una risonanza contemporanea. Il corpo come luogo di lotta politica sta diventando un fenomeno sempre più famigliare. È l'atto estremo della disperazione: il corpo è l'ultima risorsa di cui si dispone per protestare. Si usa quello di cui si dispone, a torto o a ragione.
È importante per me che gli eventi siano visti attraverso gli occhi sia dei detenuti sia degli agenti penitenziari. All'interno del film deve esserci anche il tempo per riflettere. C'è una lunga conversazione tra Bobby Sands e un sacerdote cattolico in merito alla decisione di Sands di intraprendere lo sciopero della fame. Lo scambio diventa una partita a scacchi con una posta altissima. Devono discutere della natura del sacrificio. “La libertà significa tutto per me... Togliermi la vita non è solo l'unica cosa che posso fare, è anche la sola cosa giusta da fare”.
Alla fine ci ritroviamo soli con un uomo che trascorre i suoi ultimi giorni nel modo più estremo che esista, ma che è a un passo dalla scelta di arrendersi e vivere. Anche la più semplice azione fisica diventa un'odissea.

In Hunger non c'è un concetto semplicistico di ‘eroe’ o ‘martire’ o ‘vittima’. Il mio intento è provocare un dibattito nel pubblico e sfidare i nostri principi morali attraverso un film.
Steve McQueen - Maggio 2008

Intervista a Steve McQueen

McQueen, perché ha scelto di fare un film su questo particolare periodo storico proprio ora?
Nel corso dei vari mesi che ho trascorso riflettendo intensamente sull'opportunità di realizzare un lungometraggio e registrando quanto stava accadendo attorno a me in quel periodo, ho sviluppato un grande interesse per Bobby Sands. Nel 1981 ero un ragazzino e all'età di undici/dodici anni tre cose hanno lasciato il segno su di me: la Rivolta di Brixton, il Tottenham che vince la FA Cup, un evento fantastico, e Bobby Sands. La sua immagine appariva sullo schermo della televisione praticamente ogni sera, con un sottotitolo che indicava un numero, e mi è rimasta impressa quella determinazione appassionata e il livello di quello scontro alzato fino alla morte a seguito di uno sciopero della fame. Quel ricordo e quella opportunità mi hanno spinto a voler scoprire di più su di lui e ho pensato che la sua figura avrebbe dato vita a un film molto forte.
Nella mia testa c'è l'immagine di un bambino che rifiuta di mangiare. La madre gli dice che non può alzarsi da tavola finché non mangia. In quel momento, per quel bambino, in un mondo governato dai suoi genitori, rifiutarsi di mangiare è l'unico modo che ha per opporsi.
Quando Jan Younghusband di Channel 4 mi ha contattato all'inizio del 2003 non era ancora scoppiata la Guerra d'Iraq, nulla si sapeva del campo di detenzione di Guantánamo o della prigione di Abu Graib, ma con il passare del tempo le corrispondenze sono diventate evidenti. La storia si ripete, molta gente ha la memoria corta e noi abbiamo bisogno di ricordare che questo genere ci cose è accaduto in Gran Bretagna.

Come si è documentato e come ha lavorato con Enda Walsh per creare la sceneggiatura?
Non avevo mai scritto un copione prima di allora, quindi volevo trovare un autore con cui lavorare. Ma non volevo uno sceneggiatore, non mi sembrava la figura giusta in qualche modo. L'intesa con Enda Walsh è stata immediata: siamo sulla stessa lunghezza d'onda, tra noi c'è un'affinità elettiva. È un drammaturgo naturalmente, ma è anche un artista.
Prima di andare in Irlanda del Nord abbiamo letto molto e ci siamo documentati. Sul piano emotivo, l'incontro con gli ex-detenuti e gli ex-agenti penitenziari del Maze, con i sacerdoti che si recavano in visita da loro, è stato probabilmente l'esperienza più dura della mia vita. Rientrati a Londra, non ci siamo parlati per un paio di settimane credo: avevamo bisogno di riprenderci da quella esperienza.
Quello che volevo fare era sapere che cosa si provava a vivere tra le mura di quel carcere in quegli anni, cogliere quello che non è descritto sui libri di storia. Volevo che per gli spettatori la prima parte fosse come entrare in una stanza, spegnere la luce e dover procedere a tentoni, imparando al tatto l'architettura, la geografia... Originariamente non volevo alcun dialogo. Spesso le parole hanno l'unico scopo di riempire gli spazi e dopo un po' diventano solo rumore che ha il potere di distrarre da quanto sta realmente accadendo. Io invece volevo concentrarmi sull'esperienza sensoriale che si provava là dentro in quel periodo, sull'aria che si respirava. Sono aspetti che non vengono documentati e io volevo e io volevo usare una lente d'ingrandimento per metterli in qualche modo in primo piano per produrre un effetto simile a quello della fotografia in bianco e nero che a volte consente di vedere meglio la struttura, la forma delle cose. Poi ho iniziato a pensare di inserire, dopo una parte di assenza di dialogo, una valanga di parole, un confronto, un dibattito... simile al movimento avanti e indietro di una finale di doppio di tennis a Wimbledon tra Jimmy Connors e John McEnroe o a un incontro tra Joe Frazer e Muhammad Ali. Non sai per chi parteggiare, non c'è un vincitore netto. In Hunger, è la scena tra Bobby Sands e il sacerdote. Alcuni pensano che Bobby avesse torto e fosse un terrorista, altri pensano che avesse ragione e fosse un martire e io volevo guardare a sinistra e a destra di questo dualismo. Quando due pietre si scontrano, creano scintille e danno origine al fuoco. E io desideravo sospendere quell'istante per spingere le persone a riflettere.
Sapevo di volere la fase del riscaldamento: Bobby e il sacerdote si annusano e si misurano. Poi sale un po' la competizione, fino all'intromissione dell'annuncio dello sciopero della fame. Si può dire che l'intera conversazione sia sulla falsa riga di una partita di tennis o di un incontro di pugilato. Se qualcuno ti colpisce, come risparmi l'energia? Come ti riprendi? L'avversario è in vantaggio e poi passi in vantaggio tu. È tutta una questione di tattica.
Ho detto tutto questo a Enda che nella sua genialità lo ha scritto e poi ha avuto l'idea della storia del puledro. È un po' come il jazz: scrivi la musica e poi, se le lasci andare, le persone possono improvvisare all'interno del modulo che hai tracciato.

E le riprese nell'Irlanda del Nord?
All'inizio volevamo filmare all'interno dell'H-Block, ma non è stato possibile. Tuttavia, era fondamentale che le riprese avvenissero nell'Irlanda del Nord con l'ausilio di una troupe e di un cast nordirlandesi. Abbiamo ben presto scoperto che molte persone sono state toccate dalla storia di Bobby Sands ed è stato straordinario constatare che tutti ricordano dov'erano e cosa facevano quando lui morì e durante lo sciopero della fame, ognuno sembra avere una forma di legame con gli eventi di quegli anni. Tra gli attori e i tecnici c'erano anche molti giovani cresciuti ascoltando le storie dei loro genitori o dei loro zii e che si sono trovati a incarnare i ruoli o a ricreare le scene che i membri delle loro famiglie (agenti penitenziari, visitatori che passavano comunicazioni, detenuti nell'H-Block) avevano realmente vissuto. Realizzando questo film, si è creato un avvicinamento generazionale.

Come ha lavorato con gli attori?
Non avevo mai lavorato con degli attori prima di allora e ho ritenuto meglio essere sincero con loro e credo che ne siano rimasti piuttosto scioccati. Ma sono convinto che se dimostri che ti stai assumendo dei rischi, chi ti sta attorno sarà disposto a compiere uno sforzo in più. È stata un'esperienza davvero grandiosa.
Liam Cunningham e Michael Fassbender sono un po' come Keith Richards e Mick Jagger. Si sono incontrati per la prima volta a Belfast, ma sono diventati inseparabili. Credo che all'inizio, durante le prove, mi abbiano sottoposto a un esame: ero un regista al primo film! Ma quando siamo arrivati al punto centrale della loro scena, della conversazione, mi sono sorpreso da solo perché in certe situazioni posso diventare piuttosto aggressivo, ma in quel caso sono rimasto molto concentrato e attento a quello che poteva potenzialmente succedere. Abbiamo provato per diversi giorni, iniziando a prenderci molto gusto, ma al tempo stesso dovevamo restare fermi sulla pista perché non volevamo decollare prima dell'inizio delle riprese.
Su un set l'atmosfera può diventare molto intensa, come abbiamo sperimentato filmando la sequenza della conversazione. Prima che la macchina da presa iniziasse a girare, mi sono detto che forse quella era l'unica occasione della mia carriera di realizzare un piano sequenza di 22 minuti. Era una posta altissima sotto il profilo delle riprese e per la natura stessa della scena e mancavano pochi istanti al ciak. Un momento molto esaltante, che mi auguro di vivere ancora spesso, perché è il luogo dove si verificano le magie.
A un certo punto, ho fatto allontanare tutti, eccetto Liam e Michael. A loro ho detto di "essere Dio" poiché sentivo che avevano la capacità di trasfigurarsi, che come attori avevano la forza di fare delle cose giuste, qualunque cosa avessero fatto. Erano riusciti a creare quell'universo ed erano come una sfera che, ovunque rotoli, non fa mai un movimento sbagliato e così ho detto loro “voi siete qui, voi siete questo” e forse così li ho aiutati a sentirsi in diritto di creare senza averne consapevolezza, senza riflettere. La troupe è rientrata e abbiamo girato immediatamente.

Nel film violenza e bellezza si mescolano...
Quando guardi un dipinto di Velázquez o di Goya, la composizione dell'immagine ti trattiene lo sguardo: i loro quadri hanno la capacità di attrarre e di interrogare chi li guarda e quello che ti attrae può anche disgustarti. Hunger è girato in pellicola 35mm a doppia perforazione, in formato 2,35:1. Quando usi il Cinemascope consenti di stabilire una relazione con numerosi dettagli dell'inquadratura e questo crea una struttura narrativa.
Il pubblico non resta in sala se fai un brutto lavoro, ma se fai un buon lavoro non si alzerà dalla sedia.

Come artista è abituato a lavorare in un modo molto diverso. Come si è trovato a lavorare con una squadra di persone?
All'inizio è stato difficile e mi irritavo, ma era quello che volevo fare e credo di avere spirito di squadra. Naturalmente una squadra ha bisogno di un capo, ma non è questo che mi interessa. È stato fantastico perché ogni "giocatore" era molto esperto nel suo ruolo. Era davvero meraviglioso fare una domanda al produttore e avere subito una risposta e un attimo dopo chiedere una cosa allo scenografo e ottenerla immediatamente! Il compito di una troupe è aiutare un regista a realizzare il suo film, ma ad un certo momento il film non è più solo del regista, diventa anche il film dei tecnici e degli attori e inizia a diffondersi un'emozione stupenda perché senti che tutti sono partecipi. È molto diverso dal mio modo abituale di lavorare, ma è un tipo di situazione dove adoro stare e voglio continuare a trovarmici.

Che reazioni si aspetta da parte del pubblico?
Sono ancora tante le situazioni di conflitto nel mondo oggi: in Iraq, in Afghanistan, in Sudan, ecc. Ma io ho voluto concentrarmi sul mio paese, sulla Gran Bretagna, su quello che è successo a casa nostra. Ho realizzato vari film in Congo, sono stato artista di guerra in Iraq, ma qui si tratta di quello che c'è sotto il nostro tappeto. Abbiamo fatto un film sulla riflessione, sulle nostre scelte e sul nostro passato, su come consideriamo noi stessi in quanto nazione e su quello che abbiamo fatto. Quindi mi auguro che il dibattito che seguirà alla visione del film sarà incentrato sulla nostra identità: voglio che lo schermo si trasformi in un gigantesco specchio e che guardandolo ognuno guardi se stesso. Penso che, al di là dell'intrattenimento, il cinema abbia una forza. Spero che, pur non essendo una commedia, il film sia avvincente e, per certi aspetti, edificante. Di sicuro non è intrattenimento fine a se stesso.
Io realizzo film partendo dall'idea che non ho nulla da perdere e quindi posso correre dei rischi. Nella vita è importante compiere uno sforzo e prendere delle decisioni, con l'auspicio che siano quelle giuste.
Se questo film disarma lo spettatore e, per una frazione di tempo, rimuove le sue barriere, abbiamo centrato l'obiettivo e attraverso questa esperienza il film può avere una sua forza, un suo significato e può, si spera, fare la differenza. Se attraverso l'intrattenimento si riesce a catturare l'attenzione della gente, è meraviglioso.

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