Intervista Asterix e Obelix al servizio di sua maestà

Intervista a Laurent Tirard, regista del quarto lungometraggio live action dedicato ad Asterix il Gallico

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Esce oggi in Italia Asterix & Obelix al Servizio di Sua Maestà, quarto live action dedicato alle avventure dei cocciuti e battaglieri Galli sempre in lotta per la libertà contro le improbabili legioni romane che minacciano le terre galliche. Nel nuovo film Asterix e il suo amico Obelix partono per un'avventura in Terra d'Albione ispirata agli albi Asterix e i Britanni e Asterix e i Normanni, della quale vi abbiamo già presentato la recensione a quest'indirizzo . Oggi vi presentiamo un'intervista al regista del film Laurent Tirard, lo stesso che si è fatto apprezzare da pubblico e critica per opere come Le avventure galanti del giovane Molière (2007) e Il piccolo Nicolas e i suoi genitori(2010).

Cosa ha pensato quando è stata fatta l'ipotesi che fosse lei a dirigere il prossimo Asterix?
Ero eccitato e terrorizzato allo stesso tempo. È un progetto di dimensioni vertiginose, ma sapevo che questo tipo di opportunità non si presenta due volte nella vita. Alla fine sono state due le ragioni che mi hanno spinto ad accettare: l'avventura che questo film avrebbe rappresentato per me e la sfida artistica che mi veniva offerta. L'idea non era quella di portare sullo schermo Asterix come può accadere al regista di un episodio di Harry Potter, il cui lavoro consiste nell'assicurare alla saga una certa continuità. Al contrario. E mi chiedevo come sarebbe stato un Asterix realizzato da me.

Come è avvenuta la scelta degli albi?
Prima di rileggerli avevo già una mezza idea. Volevo un'odissea, un viaggio. Ora, dalla prima volta che sono stato in Gran Bretagna, sono rimasto affascinato dagli inglesi e dalla loro cultura. La mia scrittrice preferita è Jane Austen. Nei suoi romanzi riesce a ritrarre molto bene la rigida società inglese e tutte quelle regole che non sempre riusciamo a cogliere a pieno. Gli inglesi fanno fatica ad esternare i loro sentimenti ma quando si liberano delle costrizioni lo fanno davvero. Sono allo stesso tempo un po' pazzi, eleganti e senza tempo. Quindi mi è subito venuto in mente Asterix e i Britanni di cui mi ricordavo qualche frase esaltante scritta da Goscinny. Ma Grégoire Vigneron ed io volevamo anche inserire nella storia i Normanni, perché il tema delle civiltà era implicito nel film che volevamo fare: era interessante mettere a confronto culture diverse e offrire una gamma abbastanza variegata delle diverse civiltà. I Romani ci facevano pensare agli americani di oggi che hanno la tendenza ad invadere alcuni paesi “a fin di bene”. Per loro tutti gli altri sono dei barbari.
Ma volevamo dimostrare che la questione è molto più complessa: ci sono dei barbari simpatici (i Galli), dei barbari allo stato puro, bruti e selvaggi (i Normanni), e dei barbari che sono il loro esatto opposto e, per molti versi, gente più sofisticata dei Romani (i Bretoni).

Quali erano i vostri principali obiettivi?
Volevamo riportare in primo piano la coppia formata da Asterix e Obelix ponendo i due personaggi di fronte a problematiche vere. Bisognava che ci fosse una certa complessità intellettuale e per questo eravamo convinti che innanzi tutto fosse necessario affrontare la questione della sessualità. Siccome i rapporti tra uomo e donna mi interessano, e sono ciò che ha alimentato i miei film precedenti, abbiamo pensato al rapporto Asterix-Obelix come a quello di una coppia. Una coppia che perde colpi e che riceve uno scossone dall'arrivo di un ragazzino (Goudurix). Di colpo Asterix comincia a porsi delle domande, a volersi guardare intorno, a confrontarsi duramente con Obelix. È un meccanismo tipico dell'intreccio romantico, ma aggiunge alla trama conflitto ed emozioni.

È per questo che avete inserito dei personaggi femminili nell'universo dei nostri eroi...
Fare un film senza donne era inimmaginabile per Grégoire e per me. Quasi subito Goudurix, il giovane personaggio interpretato da Vincent Lacoste, mette il dito nella piaga e chiede “Diventare un uomo significa diventare come voi? Vivere insieme e con un cagnolino?”. Posto di fronte alla questione ad Asterix viene voglia di andare ad esplorare l'universo femminile. Ma, ironia della sorte, sarà Obelix a lanciarsi in una improbabile storia con il personaggio di Miss Macintosh interpretato da Valérie Lemercier.

Il personaggio di Vincent Lacoste, tra l'altro, fa parte delle libertà che vi siete concessi per attualizzare la storia?
Sì e no. Il personaggio di Goudurix esiste in Asterix e i Normanni ma rappresenta un ragazzo degli anni '60. Uderzo e Goscinny parlavano della loro epoca; il suo atteggiamento e il suo comportamento quindi non somigliano a quelli dei giovani di oggi. Gli abbiamo dato una rinfrescata...

Come sono stati scelti gli attori del cast?
Per il ruolo di Obelix, Gérard Depardieu era scontato. Sono molto soddisfatto del suo apporto al film. E siccome il perno dell'intreccio per noi era lo scontro tra culture diverse, ci serviva un Asterix molto francese. O, piuttosto, molto simile all'idea che hanno gli stranieri di un francese: un tipo loquace, affascinante, un po' arrogante. Questa caricatura ha dato vita ad un Asterix meno 'campagnolo'. È più sofisticato, più intellettuale e più moderno che nei fumetti.
E proprio mentre scrivevo di questo personaggio mi è comparso davanti il volto di Edouard Baer. È un tipo molto francese, molto parigino, e una volta che mi è venuto in mente, volevo che fosse lui.

Come Edouard Baer che aveva già diretto in Mensonges et trahisons, ha ritrovato altri attori lavorando a questo film...
Confesso che per un progetto di queste dimensioni è molto rassicurante conoscere bene alcuni attori. E poi aiuta nella stesura della sceneggiatura. Avevo diretto Fabrice Luchini in Le avventure galanti del giovane Molière e, ancor prima di cominciare a dedicarmi a scrivere Asterix, sapevo che sarebbe stato un Cesare perfetto. Quanto a Valérie Lemercier che interpretava la madre del piccolo Nicolas, non appena abbiamo immaginato il personaggio di Miss Macintosh il suo nome si è imposto.

Girare in 3D ha modificato il suo modo di lavorare?
Inevitabilemte ha delle ripercussioni sul modo di dirigere. Se la moda di questi ultimi venti anni è consistita nel fare delle inquadrature sempre più frastagliate, il 3D impone il contrario. Perché la ricchezza dell'immagine è tale che se si facesse così si rischierebbe di far venire il mal di testa a tutti gli spettatori. Quando si gira in 3D bisogna privilegiare i piani sequenza e il ritmo deve scaturire dalla recitazione degli attori. Ma questo metodo classico, che ci riporta indietro agli anni '70, mi si addice.

Desiderava girare in 3D?
No, è stata una decisione della produzione e della distribuzione. Io ero abbastanza reticente. Dal punto di vista dello spettacolo funziona bene in relazione all'universo di Asterix, in particolare per gli effetti della pozione magica, le sventole che prendono i Romani o la scena del rigby. Ho poi scoperto alcuni vantaggi: mettendo in rilievo le scene e i costumi, il 3D permette di immergere lo spettatore in un mondo fittizio e, in un certo senso, di entrare nel fumetto; in secondo luogo rafforza la presenza degli attori, e dunque quella dei personaggi.

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