Intervista Argo - Incontro con Ben Affleck

Il Daredevil dello schermo a Roma per parlare della sua terza fatica registica

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Nel 1980 la Studio Six Productions annunciava un nuovo progetto cinematografico che presentava gli elementi di un grande film di fantascienza: navi spaziali, alieni, azione ed avventura, il tutto ambientato in un lontano pianeta disabitato. Definito una "conflagrazione cosmica", questo lungometraggio epico non fu mai autorizzato dai capi dello studio: avrebbe potuto essere autorizzato solo dal comandante in capo del Paese.
Oltre trent'anni dopo, il vincitore del premio Oscar Ben Affleck si pone per la terza volta dietro la macchina da presa - dopo Gone baby gone (2007) e The town (2010) - al fine di raccontare tramite Argo la vera storia della missione segreta che riuscì a liberare sei americani prigionieri in Iran, in seguito all'occupazione dell'ambasciata statunitense di Teheran che sconvolse il mondo intero.
In occasione della presentazione della pellicola alla stampa, lo abbiamo incontrato a Roma proprio per parlare di come si è mosso per raccontare su celluloide la serrata vicenda di questo gruppetto che riuscì a scampare all'ira dei rivoluzionari iraniani, trovando rifugio presso l'abitazione dell'ambasciatore canadese Ken Taylor, il quale mise a rischio la propria incolumità pur di proteggere gli americani, abbandonati da tutti.

Ben... arrivato a Roma!

Dal punto di vista visivo il film sfoggia una ricostruzione quasi maniacale. Dal punto di vista narrativo, invece, quanta libertà vi siete presi per raccontare la storia?

Ben Affleck: Dunque, quando sei un regista che sta lavorando a una storia vera hai due responsabilità: la prima è realizzare il miglior film che consenta di stabilire empatia con il pubblico, la seconda è attenersi alle verità fondamentali della storia. Nel tentativo di mantenere un equilibrio tra questi due aspetti, ho aggiunto qualcosa nel terzo atto, per far sì che il film non fosse piatto.

Come è avvenuta la scelta del cast? Molti degli attori coinvolti provengono dalla televisione.


Ben Affleck:
La maggior parte del buon dramma che viene fatta oggi a Los Angeles passa in televisione. Le persone di talento, ora, lavorano tutte in quel settore; ma ho scelto il cast anche in base alle somiglianze fisiche con i veri personaggi. Per esempio, John Goodman è molto simile a John Chambers.

Parliamo dell'aspetto politico del film...

Ben Affleck:
Io non sono un esperto di questioni politiche, ma, sulla base di ricerche effettuate, è possibile constatare come la crisi degli ostaggi abbia in effetti procurato problemi all'amministrazione Carter. Ronald Reagan era un attore, ma si è rivelato un politico potente, quindi, sarebbe riuscito ugualmente nell'impresa. Volevo raccontare diverse prospettive che narrassero una storia di trent'anni fa. Volevo la voce di Carter per cementarla nella mente delle persone, l'ho utilizzata perché la trovavo elegante e sottolineava la risoluzione dei problemi e l'integrità. L'obiettivo del cinema non è salvare le persone, per me è una forma d'arte tramite cui, esse, vi si esprimono pienamente.

Per la realizzazione di questo film, si è partiti dall'amore per il cinema o per il proprio paese?

Ben Affleck: Direi che la genesi è stata legata all'amore per il cinema e al fatto che la sceneggiatura mi sorprese. Renoir è uno dei miei registi preferiti. Tuttavia, amo anche il mio paese.

George Clooney è coinvolto nella produzione del film. Visto che anche lui ha fatto film politici, ha dato una mano?

Ben Affleck: George è uno dei produttori del film ed è anche un residente del vostro fantastico paese (ride). Con un produttore come lui ti senti protetto, perché è molto bravo e intelligente, una persona con il cervello, anche se non si è d'accordo con alcune sue posizioni.

Argo...mentiamo!

Veramente a Hollywood sono cialtroni come mostrato nel film?

Ben Affleck: Non voglio arrivare a confermare ciò, perché mi renderebbe difficile il ritorno a casa (ride). I personaggi che nel film lo mostrano sono iperbolici. Hollywood è come Washington, spinge le cose in una direzione precisa. E' il prodotto di una competizione, ma anche il luogo in cui si hanno amici che non ti mentono ogni giorno. Il personaggio interpretato da Goodman guarda con cinismo Hollywood, perché rappresenta un po' coloro che vi lavorano dietro le quinte.

Come si è lavorato sul ritmo e sulla suspense presenti nel film?

Ben Affleck: Principalmente, credo che siano due elementi attribuibili agli attori. Per esempio, ne Il braccio violento della legge, film che m'ispirò molto nella realizzazione di The town, vedi Gene Hackman e sei con lui.

Tornerai a fare il regista dopo questo film?

Ben Affleck: Continuo a vedere errori e lacune nei miei film, non è una cosa facile. Quando sei un attore insegui delle opportunità, poi te ne danno una.

C'è un genere che preferisci?

Ben Affleck:
No, io non lavoro in base ai generi, quello che cerco sono storie. In realtà, mi lascio aperto con qualsiasi genere se ci lavorano persone di talento. Comunque, principalmente è la storia ad attirarmi.

E' difficile, poi, tornare sul set come attore?


Ben Affleck: In un certo senso è positivo, in un altro è negativo, perché lavorare con registi come, per esempio, Terrence Malick, offre opportunità che prima non avevi. Qualche volta, rubo le loro soluzioni. Con altri registi, invece, diventa frustrante, ma non discuto, non mi metto contro di loro.

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