Anteprima Zootropolis

Clark Spencer raggiunge Milano per raccontarci Zootropolis, il 55esimo classico di Walt Disney Pictures: una storia come l'avrebbe raccontata Walt Disney con la tecnologia di oggi. Il passato che sposa il presente.

anteprima Zootropolis
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23 ottobre 1941. In America esce Dumbo: è passato un anno dal flop finanziario di Fantasia, un film che in pochi capiscono, in pochi capirono, in pochi capiranno. Un esperimento sinestetico che Walt Disney volle dopo aver spedito in missione i suoi per rintracciare Leopold Stokovski. Dumbo viene prodotto in maniera minimalista, con uno stile semplice, immediato, con pochi fronzoli, ma con tanto pathos. Come Disney voleva, d'altronde. L'illusione che prende vita, un elefante che vola. Accanto a Dumbo, l'unico che sembra quasi allergico all'antropomorfizzazione, un insieme di animali capaci di reggersi su due zampe, di parlare, di vestirsi e di, come nel caso dei corvi, fumare un sigaro. Ne avevano vedute tante da raccontare, tranne loro stesso allo specchio. Da lì l'animale antropomorfo è entrato nel cuore di Walt Disney, che aveva raccontato, fino ad allora, di una principessa perdutasi in un bosco e aiutata da sette nani a vivere e di un burattino diventato un bambino vero, circondato già da qualche esperimento di antropomorfia. Il Grillo Parlante, il Gatto e la Volpe, esperimenti, nulla più.

Il produttore Clark Spencer, che raggiunge Milano per raccontarci Zootropolis, il 55esimo classico Disney, ne ha altrettanta di memoria, e ha anche un'intelligente elemento da sottolineare: Walt Disney prima, Walt Disney Pictures dopo, in 55 classici ha offerto soltanto una volta quello che realmente fa Zootropolis, ma nemmeno nello stesso modo. A qualcuno che fa notare come Zootropia non può essere una mosca bianca nella produzione californiana, perché preceduto da Robin Hood, Spencer ha subito la risposta pronta: «È vero, ci sono stati altri esperimenti di Classici in cui avevamo soltanto animali, non siamo dinanzi alla prima volta, ma stavolta, come John Lasseter ci ha chiesto di fare, abbiamo qualcosa di unico, perché mentre Robin Hood raccontava una storia già esistente in chiave animale, la nostra è una storia originale, senza umani. Inoltre non siamo in un ambiente naturale come avveniva per Il Re Leone o ne Il Libro della Giungla, dove gli umani si mescolano all'ambiente animale». D'altronde non siamo nemmeno dinanzi a Pinocchio - ed ecco perché il voler partire da Dumbo - che aveva soltanto qualche sporadica apparizione di un animale su due zampe; non ci stiamo confrontando con Lilli e il Vagabondo o La carica dei 101: abbiamo fatto un salto fino al 1971, nella foresta di Sherwood, dove vive quella volpe, furba e altruista, che per la prima caratteristica permette proprio di forgiare il protagonista di Zootropolis: Nick Wilde.

DI VOLPE IN VOLPE

«Robin Hood è il Classico preferito di Byron Howard - spiega Spencer, sottolineando quello che un po' si poteva benissimo intuire dalle clip mostrateci - voleva chiaramente tenere salda la tradizione. Volevamo sfruttare il retaggio della storia Disney. Lasseter però è stato chiaro nell'avanzare le sue richieste: voleva un film che non si fosse ancora mai visto, creando un mondo che non potevamo creare anni fa per mancanza di tecnologia e portarlo alla luce. Sono molti gli esempi che ci permettono di far notare come ciò sia stato possibile oggi: la simulazione del vento o anche il modo di vestire di alcuni abiti, che è diverso a seconda delle dimensioni di uno degli abitanti di Zootropolis». Durante le clip, infatti, Spencer ha più volte fatto notare come l'obiettivo principale degli animatori fosse stato quello di dare un senso di vita all'intera città e alla vegetazione annessa: le ombre degli alberi che si infrangono sui muri si muovono, seguono l'ondulare del vento, dando un senso di vita all'intera struttura che circonda i nostri protagonisti, che non sono più gli unici a muoversi.

Ma veniamo quindi agli abitanti di Zootropolis: «Quando abbiamo iniziato a sviluppare il film abbiamo pensato a tutti gli animali, ma arriva il momento in cui la storia ti fa prendere delle decisioni e allora devi fare una selezione. Il primo passo è stato quando abbiamo dovuto scegliere che dovevano esserci prede e predatori: ci siamo limitati ai mammiferi e abbiamo lasciato andare rettili, pesci e anfibi, che in ogni caso vivono attorno a Zootropolis, ma ci siamo concentrati su altro per la città. D'altronde è anche una questione di catena alimentare: abbiamo interrogato esperti del mondo animale per capire come risolvere la questione e arrivare a una soluzione che permetta ai vari protagonisti di non mangiarsi tra di loro. L'escamotage è stato far sì che tutti si potessero cibare di proteine che arrivano dai pesci e dagli insetti, così nessuno infastidisce l'altro».

UMORISMO GENUINO

Disney, però, non è solo romanticismo: è anche umorismo. Due clip che ci sono state mostrate, senza spoilerare alcunché del film, hanno scatenato le risate in sala: la prima riguarda uno stereotipo tipicamente italiano, ma che pare sia diffuso anche all'estero, ossia la lentezza di alcuni uffici statali, come la motorizzazione civile. In Zootropolis a gestirla sarà un gruppo di bradipi, chiamati all'oneroso compito di gestire il tutto con la massima velocità possibile. Velocità. Bradipi: 

«Abbiamo avuto la possibilità di elaborare al meglio lo stereotipo sugli animali, qualche animatore ha presentato questa idea e qualcun altro ha pensato di inserirla nel dipartimento dei veicoli mammiferi e farli gestire proprio da loro. Da un punto di vista della comicità è stata una cosa molto entusiasmante e gli animatori si sono divertiti tantissimo. Questo stereotipo comunque verrà stravolto nel corso del film, ma non voglio dirvi altro...». Il secondo esempio riguarda il citazionismo inserito nel presentare l'antagonista della storia, Mr. Big, un minuscolo opossum col naso rosso e gli occhi affaticati dalla vecchiaia: «...ti presenti a casa mia il giorno che si marita mia figlia...» dice il cattivo di turno. «Ci sarà qualcosa di più da vedere nell'antagonismo: l'abbiamo tenuto intenzionalmente fuori. Il mistero si espande durante il film e diventa molto complesso, e i nostri due protagonisti dovranno risolvere molti altri enigmi. Abbiamo moltissimi altri avversari che verranno alla luce, non ci fermiamo a Mr. Big».

La chiusura va dedicata ovviamente allo sforzo compiuto in fase di realizzazione di Zootropolis, un estratto, un conglomerato di razze di diverse dimensioni inserite nella stessa metropoli: una giraffa che attraversa la stessa strada percorsa da un ratto, o lo stesso coniglio che si trova a dover far rispettare la legge a un muflone: nella città Disney tutto è possibile, con qualche sforzo da parte della troupe. « Ha richiesto molto impegno, perché quando abbiamo deciso che avremmo fatto tutto in scala, e che quindi ogni animale avrebbe avuto una scala relativa agli altri animali, non ci siamo resi facilmente conto di cosa avrebbe dovuto fare il direttore della fotografia che doveva rendere l'immagine corretta agli occhi del pubblico. Abbiamo creato tanti problemi e tante difficoltà per chi doveva impostare tutto nella maniera giusta. Si è trovata, quindi, una soluzione molto divertente, cercando delle soluzioni d'inventiva che potessero dare l'idea della grandezza di alcuni animali e che ci evitasse di dover riprendere sempre tutto dall'alto. Perché non lasciare la macchina da presa, allora, nella stessa posizione e, per dare l'idea della scala, far comparire gli animali di volta in volta in maniera graduale?». Un espediente che, in una delle clip mostrateci, è risultato essere vincente e appagante, soddisfacendo l'occhio, che in Zootropolis, molto probabilmente, tornerà a far smuovere tanti altri sentimenti, come d'altronde Walt Disney avrebbe voluto e di recente non ha avuto modo di vedere e di apprezzare. Il ritorno al passato, però, professato da Clark Spencer e dall'intenzione di Byron Howard e Rich Moore, co-registi della pellicola, fa ben sperare: stavolta non sarà il bello a salvarci, sarà l'antropomorfismo a farlo.

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